CINCINNATO SERVO DEL POPOLO NON DEL POTERE

Gli Equi erano un popolo che viveva ad est di Roma e come tutti i popoli che confinavano con i territori romani, vivevano in uno stato di eterna conflittualità con gli invadenti “vicini”.

Nel 458 a.c., gli Equi, in violazione di un trattato di pace da poco firmato con Roma, invasero le cittadine di Labico e Tuscolo e poi, sul vicino monte Algido, accerchiarono le truppe quirite guidate dal console Lucio Esquilino Minucio. Il Senato, preoccupato della situazione nominò un dittatore nella figura di Lucio Quinzio, il quale era detto Cincinnato, a causa dei suoi capelli ricci.

Cincinnato era già stato console della Repubblica, ma poi caduto in disgrazia a causa di un figlio spendaccione, si era ritirato a “vita privata”, dedicandosi ad un podere agricolo nei pressi del Tevere.

Fu proprio lì che lo trovarono gli incaricati del Senato. Cincinnato fece un po’ di resistenza, per paura di veder compromesso il suo raccolto, ma poi si fece convincere: riorganizzò l’esercito e lo guidò alla vittoria contro gli Equi, in una battaglia che si svolse proprio sul monte Algido. Fu una “guerra lampo”, durata appena due settimane. Il trionfo che ne seguì, fu l’ultimo atto ufficiale del dittatore Cincinnato, che preferì tornare subito alle sue occupazioni di agricoltore.

Al di là delle battute presenti negli ultimi articoli, Ceccarelli dovrebbe apprendere insegnamento dalla storia di Cincinnato.

Che fu dittatore per servire il popolo, e solo per il tempo strettamente necessario, preferendo alla gloria e alla fama, la semplice vita del contadino.

Un esempio ahimè che pochissimi politici hanno imitato. Se Ceccarelli voleva passare alla storia, doveva seguire il suo esempio, non incaponirsi per un posto da Assessore.

Lui che ha dominato la scena bellariese per dieci anni, doveva ritirarsi in buon ordine.

E’ chiaro che la sua insistenza fa nascere legittimi sospetti.

 


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Il Direttore Giuseppe Bartolucci