Led Zeppelin: Led Zeppelin

dome punta di palata 1 014“Ancor oggi, lo spettro del dirigibile come un’aracnide ombra

lancia dall’alto i suoi brandelli

ad incupire i nostri sguardi verso una nuova alba.”

ranofornace

 Led Zeppelin-Dazed And Confused

led zeppelin fNon so se ciò sia stato un male, ma se vogliamo togliere l’ombra, è quella del dubbio, ovvero che i Led Zeppelin sono stati la forma più complessa dell’hard rock-blues della storia, tuttora non totalmente metabolizzata. Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham, hanno costituito il quartetto rock più esplosivo della fine degli anni ’60. Tirava un’aria  frizzantemente innovativa in quei lontani giorni e mi ricordo bene quando uscì il loro primo album eponimo nell’inverno del 1969. Suonava “Good Times, Bad Times” all’apertura della “Quinta Dimensione”, noto locale della Rimini underground e tutti noi capelloni, suonavamo alla nostra maniera, questo primo insuperabile capolavoro di LP, fatto di prorompente lucidità creativa e cupa atmosfera psichedelica tutt’altro che scontata. Loro, sfornarono poi, una serie di straordinari capolavori, ma mai più filarono lisci come l’olio, come in questo travolgente e minaccioso lavoro di hard-blues post-psichedelico, che partendo dal genere si libera verso mete totalmente trascendenti. Si, è la potenza dell’hard di matrice rock-blues, che sconfina in liriche e malinconiche derive folk, quando non sprofonda in cupi e allucinanti fondali psichedelici.

led zeppelin dJimmi Page e compagni serbavano in grembo tutta la lezione degli Yardbirds di “Blow Up”, ma il cromatismo saturo del film di Antonioni, si andava spegnendo per addensarsi in un magma oscuro colmo di misteriosi presagi. A testimonianza di ciò, è la voce, il canto e le grida isteriche di Robert Plant, che nei vari momenti di questo debutto, con determinata forza espressiva, nella sua forma più teatrale, ci conduce istrionicamente come un Virgilio dantesco e assieme all’archetto grattante della chitarra titanica di Page, all’esplorazione di territori misteriosi della creatività umana. Il “Led Zeppelin” del 1969, che se ne voglia,  è un album sinistro, una raccolta di sensazioni inquietanti elaborate in musica, attraverso un  trascorso culturale fatto di droghe e studi esoterici, sopratutto dal suo più influente membro, il formidabile ed efficace chitarrista Jimmy Page, uno dei primi cinque assoluti della storia del rock.  È ormai appurato all’unanimità l’avventura stilistica del “dirigibile”, iniziata dall’esperienza Yardbirds, col contributo del Jeff Beck Group, fino allo “sfacelo” dei Cream. Il suono hard rock-blues da loro reinterpretato, passa dai “padri costituenti”: Kinks, Who, Pretty Things, Small Faces, Rolling Stones e Animals, in un percorso tortuoso che approda in ricerche eterogenee dagli arrangiamenti complessi. Suono hard alla massima potenza adrenalinica, eseguito dal più grande e potente gruppo della fine degli anni ’60 e prima metà ’70 che sia mai esistito, grazie e sopratutto al talento musicale del suo leader, Mr. Jimmy Page, nonostante la carismatica figura di Robert Plant con la sua inconfondibile voce.

led zeppelin eI Led Zeppelin nel ’69, anno della loro prorompente irruzione sulla scena, furono i primi a non avvalersi di promozioni discografiche di massa, basti pensare ai due soli 45 giri pubblicati dall’Atlantic, quello di “Good Times, Bad Times” e di “Whole Lotta Love”, furono stampati in pochissime copie a scopo più che altro sperimentale, (oggi per la loro esiguità è roba d’altissimo collezionismo), lasciarono il posto lo stesso anno ai circa 150 concerti mondiali. Questo dà la misura della portata del gruppo, della loro presenza scenica e  forza d’urto sulle masse investite da un suono travolgente, quanto inquietante che fece scuola alle future generazioni di musicisti hard rock. In fondo la lezione del primo lavoro dei Pink Floyd aveva lasciato un segno indelebile sulle coscienze musicali di tutta la generazione di musicisti di fine ’60, compresi loro. Lo spazio, inteso come dimensione virtuale, fu, è e sarà sempre l’elemento primario, la metafora con cui l’arte, a prescindere dalla sua natura materica confronterà i suoi contenuti. L’arte quando “parla” col fuoco, con la terra, con l’acqua e la sua carne brucia, affoga o è sepolta…, il suo referente resta pur sempre un “vuoto ideale o di campo”, uno spazio più o meno luminoso, fino al buio totale, dove far volteggiare i più cupi e vorticosi sentimenti esistenziali. La psichedelia nella sua dimensionalità sonora, fu è resta la “pratica artistica” più idonea a dipingere questo assurdo e allucinante spazio creativo. I Led Zeppelin senza inventare nulla non abbandonarono le conoscenze acquisite nella stagione più espansiva e contraddittoria della cultura giovanile sixties, anzi le portarono alla loro massima potenza espressiva. Tutti i testi dei pezzi del primo album, hanno in comune la stereotipata banalità dei temi rock, trattano di amori più o meno felici, libertà o fuga dalla realtà, cantati quasi  sempre in prima persona con forma puerile. Ma nel nostro caso questa apparente banalità è sovrastata dall’interpretazione vocale che ne esalta il senso fino all’esasperazione, verso territori da delirio melodrammatico. Si sfocano a partire da qui, i tratti, i confini fra musica e teatro, grazie anche ai loro intermezzi effettistici.    

old black & white copy scan picture of ROBERT PLANT  musicianIl disco debutta con il noto inciso di “Good Times, Bad Times”, dove fa la sua prima apparizione la Fender Telecaster del ’58 di Page, regalatagli da Jeff Beck, il brano d’apertura rimarrà uno dei marchi inconfondibili del gruppo, il pezzo è una sommatoria di stacchi rintoccati al campanaccio per un riff che porta a un ritornello in stile  vagamente Who, Page sfodera il suo primo assolo chitarristico al leslie di scuola beckiana. Il pezzo si conclude per concedere tutto lo spazio a “Babe I’m Gonna Leave You”, il rifacimento del bellisimo brano della folk singer americana Anne Bredon, l’arpeggio di chitarra acustica introduce il canto dalle intenzioni soul-blues, per l’entrata di una lontana sirena da coprifuoco che come un presagio all’orizzonte, (allusiva evocazione) annuncia una marcia marziale imperiosa dai colpi potenti e granitici, forgiati dalla battitura percussiva di Bonham; la ritmica invece è assente nella versione della sua autrice, ma resta pur sempre una  bella canzone, che “volando alta” diviene capolavoro. “You Shook Me”, il classico blues di Willie Dixon, proposto l’anno prima da Jeff Beck in “Truth”, se pur mantenuto nella sua struttura originale, viene pesantemente trasfigurato dal blocco cadenzato di chitarra, basso e batteria, nonché colorito e alleggerito in forma psych dall’organo estrema essenzialità, non manca assolutamente nulla. Nulla, proprio nulla. Il potenziale allucinatorio, l’immensa forza estraniante e la desolante profondità drammatica di Jones, trova la sua direzione ideale verso spazi lancinanti nelle note solistiche esasperatamente effettate dell’assolo di Page e dell’armonica di Plant. Un blues che ne annuncia un’altro, molto più psichedelico, è il magistrale brano di Jake Holmes, “Dazed and Confused” del 1967. Prima di commentare la versione zeppeliana, dico subito che alla versione originale di Holmes, seppure nella sua estrema essenzialità, non manca assolutamente nulla. Nulla, proprio nulla. Il potenziale allucinatorio, l’immensa forza estraniante e la desolante profondità drammatica espressa dal suo grande autore, ne fa prima di ogni successiva interpretazione, (vero pallino per molti musicisti), un capolavoro assoluto. La “trasfigurazine eliomorfica” dei nostri “viaggiatori” di questo fantastico, quanto cupo e malinconico lavoro del poco fortunato folk-psych singer americano,  con le sue effettistiche divagazioni visionarie, si carica ulteriormente di nefasti presagi di morte esistenziale, aldilà del testo cantato. Un lento riff, dal peso sentenziale e claustrofobico scandisce lo spazio, dove si materializzano e rimbombano vaganti amebe d’eco industriale, per poi sciogliersi nel finale in un rock and roll smanioso e forsennato.

jimmy page 1Nella seconda facciata, l’apertura organistica di “Your Time Is Gonna Come” col suo delicato accompagnamento di chitarra acustica e slide, ci riporta su terreni più distensivi e rassicuranti verso un ritornello dal sapore hippieggiante che termina sul fraseggio di chitarra acustica e tabla di “Black Mountain Side”, un mantra strumentale di frontiera, un finger style di stampo americano dall’accordatura non convenzionale, che si trasforma in una sorta di sitar indiano, una commistione sonora fra occidente e oriente di grande fascino. Il riff di “Comunication Brekdown”, parte sparato a ricordare subito l’appartenenza del loro sound di base, un rock & roll dai riferimenti blues inequivocabili. E il blues padroneggia ancora in “I Can’t Quit You Baby” altro brano di Dixon, un rallentamento del dirigibile dove Page e Plant bivaccano densamente, è un ritorno ad una realtà più superficiale in quanto classica, all’interno del genere. Ma il gran finale ha in serbo ancora delle piacevoli sorprese, il riff poderoso e trainante di “How Many More Times”, dilaga inizialmente nella più hendrixiana delle interpretazioni chitarristiche di Page, (era rimasto sicuramente ammaliato da “Electric Ladyland”), per sfociare nella marcetta che cita senza mezze misure, o meglio, “omaggia” l’amico Jeff Beck di “Truth”. Questa marcetta in feedback di Page, ricorda tanto quella di “Beck’s Bolero” “suonata” da Beck, testimonia assieme ad altri momenti, l’assoluta continuità dell’asse Yardbirds-J.B. Group-Led Zeppelin, con la disputa mai risolta sui crediti del pezzo primigenio ed anche sulla sua presunta esecuzione, fatto sta, che il “Beck’s Bolero”, suonato da Beck (?), è accreditato sulla copertina di “Truth” a Page.

led zeppelin cBeh… di certo è che Jimmy Page, in questo primo lavoro areostatico, sicuramente non riuscì a levarsi di dosso i fantasmi del passato, anzi, qualche scheletro ben accetto, racchiuso nell’armadio e aperto qua e là,  se lo portò dietro almeno fino al quarto lp. Ciò non toglie i meriti a uno dei migliori chitarristi della storia, di essere stato l’anima creativa del gruppo hard rock più forte che sia mai esistito, anche perché come si sa, “da niente non si crea niente”. Page ancora vivente è entrato nella leggenda ed è l’unico ad avere avuto il doppio riconoscimento di “immortale” nella prestigiosa “Rock and Roll Hall of Fame”. Ed ancora:

“All’orizzonte il dirigibile, scaglia a terra i suoi brandelli

a bruciare per noi  la gelida alba

delle nostre attese.

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 Led ZeppelinBabe I’m Gonna Leave You

  valutaz. ***** (con lode) Pierdomenico Scardovi rano 2

Pierdomenico Scardovi

Commenti

  1. Pierdomenico Scardovi ha detto:

    Ottimo commento, grazie Simone.

  2. Simone Grosso ha detto:

    E gli Dei discesero sulla Terra a bordo del Dirigibile… descrizione tua ineccepibile per un album che rappresenta un bel pezzo della storia della musica tutta. Quattro musicisti che segnarono per sempre le sorti del rock, dalle vite sregolate, dal grande talento e dall’amalgama perfetta. Ancora oggi a distanza di anni nuove generazioni crescono ed imparano ad amare la musica ascoltando questo disco, il grande esordio per la rock band più grande di sempre. Ottima recensione di una grande opera, ottimo lavoro!