La colonia Roma un tesoro della città

Un opera architettonica mai spiegata

Quando si parla della colonia Roma, tornano subito alla mente le occasioni mancate di sviluppo di quell’area, la costruzione di una possibile darsena mai realizzata, la sistemazione del porto, nonché lo strascico di supposizioni e intrighi che ancora aleggiano sul quel complesso.

Per una volta vorremmo richiamare l’attenzione sul valore intrinseco di quest’opera realizzata tra il 1929-31, su progetto dell’ ingegnere Oscar Giorgi e costruita dalla ditta romana dei F.lli Giovannetti e dalla ditta Invernizzi.

Che la colonia Roma  rappresenti il più importante degli edifici sorti per la elioterapia durante il ventennio, tuttora presenti sul territorio di Bellaria Igea Marina, è cosa nota, così come il suo  valore ambientale dovuto alle pregiate essenze botaniche presenti nei 26.000 mq di parco o il suo potenziale valore urbano, in quanto potrebbe divenire, in futuro, un importante anello di saldatura tra le  due antiche ville Nadiani. Ovvero saldare l’area Ferrarin col mare.

Siamo sempre stati affascinati da questo edificio, in quanto crediamo che sia un valore per Bellaria IM, non solo urbano o immobiliare, ma prima ancora  architettonico (forse troppo sottovalutato se non snobbato),  in quanto racchiude in sé l’espressione  di alcuni percorsi di ricerca architettonica che hanno segnato la storia culturale del novecento.

Questo imponente complesso inserito all’interno di un vasto parco, venne promosso dall’OPAFS (Opere Previdenza e Assistenza Ferrovieri Statali), divenendo un simbolo delle strutture elioterapiche realizzate dal regime fascista sul finire degli anni venti in Italia. Come è noto, il disegno della pianta dell’edificio principale, presenta un impianto dal profilo concavo nella parte centrale, che insieme alle ali laterali, descrive planimetricamente una grande M rivolta verso il mare.

Il corpo centrale, che  venne organizzato internamente secondo i criteri funzionali della tipologia elioterapica, si sviluppa su quattro piani, delineando un fronte urbano che richiama esteticamente i canoni formali propri di quella precisa epoca culturale italiana.

Ed è proprio su queste caratteristiche spaziali e formali, che ci piacerebbe richiamare l’attenzione.

In quanto, quest’opera architettonica, venne alla luce nel 1929, ovvero due anni dopo che a Roma, uno dei più eccellenti architetti italiani del tempo, Innocenzo Sabbatini, costruiva alcuni importanti alberghi suburbani nel quartiere della Garbatella contribuendo a dare vita al cosiddetto “Barocchetto romano” (foto).

Un linguaggio architettonico che si sviluppa intorno al dibattito sul nuovo assetto urbano della capitale, sperimentando con le villette, ma soprattutto negli alberghi suburbani nei quartieri di Montesacro e della Garbatella,  valenze formali proprie della città storica e popolare di Roma.

Cosi come sono individuabili nei prospetti della colonia, tracce di una altra importante corrente culturale di inizio secolo, ovvero la scuola milanese del Novecento capeggiata da Bontempelli, che trova nell’interpretazione metafisica della “Ca Bruta” (foto) di Giovanni Muzio, alcuni evidenti richiami come l’impiego di profili geometrici differenti per le finestre,  per attenuare, probabilmente, la forte rigidità derivata dalla specularità dei volumi e dalla simmetria degli elementi rispetto alla costruzione centrale.

Canoni estetici e riferimenti stilistici presenti nella colonia Roma come testimonianza di due importanti movimenti della cultura architettonica italiana.

Ma al di la di questi riferimenti formali, forse un po’ troppo accademici, riteniamo che l’aspetto più importante di quest’opera architettonica, sia l’ampio spazio che si crea all’interno dell’emiciclo prospiciente l’arenile, dove si viene a determinare la vasta piazza sul mare, il di cui alto valore architettonico, pone  in secondo piano l’evidente riferimento celebrativo dello schema planimetrico che richiama l’iniziale del cognome dell’allora capo del governo Benito Mussolini.

Non è forse un caso che Innocenzo Sabbatini, l’architetto che negli anni Venti ha dato il contributo più decisivo all’ “invenzione” della Garbatella, (verso il quale siamo ragionevolmente portati a credere che l’ingegnere Oscar Giorgi, anch’esso romano, sia stato fortemente influenzato) condivideva con De Chirico e molti altri metafisici una vera ossessione per le piazze, intese come luogo centrale e significato ultimo di ogni forma di insediamento umano.

Forse è proprio da questa interpretazione che si potrebbe ripartire per rielaborare, in chiave contemporanea, non solo il recupero della colonia Roma, ma dell’intera asta fluviale, intesa non solo come luogo centrale della città, ma anche come grande agorà sul mare.

 

Il Direttore Giuseppe Bartolucci