COME TUTTO EBBE INIZIO. PARTE 8

COME TUTTO EBBE INIZIO.

Capitolo ottavo

Era già nato da tempo chi avrebbe portato un grosso cambiamento a livello globale: già, proprio a Bellaria era nato.

Un giovane, figlio di un omone che della distesa sabbiosa ne avrebbe fatto un lavoro, era un ottimo nuotatore. Era il maggiore di tre fratelli e un giorno che era uscito dall’acqua e si era girato a guardarla, ebbe una illuminazione. Allargò le braccia, alzò gli occhi al cielo e disse: “Mare! Da oggi tu, acqua salata, ti chiamerai ‘mare’!” Aveva inventato il mare! Racconterà di aver fatto tutti i mestieri possibili e immaginabili che si potevano svolgere nel liquido elemento, anche se nessuno lo avrà mai visto farli: ma aveva inventato pure quei lavori lì.

Da ora in poi, infatti, l’acqua che confina con rive sabbiose o rocciose, la chiameremo ‘mare’. Ci sarà qualche strascico: nella lingua di Albione, acqua si scrive ‘water’ e si pronuncia ‘uoter’ (quasi). Bene, qua, letta come è scritta, diventerà un cesso.

E così, abbiamo fatto anche il mare.

E il mare, dopo la guerra, lasciato in pace dalla pesca già poco invasiva di allora, traboccava di pesce. In pratica questo usciva da solo spennellandosi di olio e rotolandosi nel pan grattato, poi si stendeva in graticola. Per questo si continuava a pagarlo poco: però si mangiava.

I bambini andavano a scuola e quando non erano a scuola si dedicavano ai loro giochi preferiti: quali? Beh, c’era una moltitudine di residuati bellici, c’erano depositi di ‘spaghetti’, che erano sì a forma di spaghetto, ma erano fatti di polvere da sparo compressa. Bastava dargli fuoco, e quelli partivano a razzo. Oppure andavano a rubare i bulloni che fissavano i binari della ferrovia e li usavano in modo particolare: sì il treno rischiava di deragliare, ma i bulloni servivano. Con cosa si giocava altrimenti? Infatti i bambini preparavano una miscela esplosiva composta da zolfo e clorato di potassio, che si vendeva in pastiglie in farmacia per il mal di gola. Si polverizzava zolfo e clorato di potassio, si univano, poi si faceva penetrare la polvere tra il filetto della vite e quello del dado. Si tirava in terra con forza facendo sbattere il dado, e la miscela scoppiava. Pensate voi che bello!.. E comunque c’erano altri giochi… molto economici. Quelli classici insomma, dove bastava avere un pezzo di legno, un paio di gambe e due mani, il resto lo faceva la fantasia. Se poi avevano dei vecchi cuscinetti a sfere ci facevano il ‘cariolo’. Ma c’erano anche la ‘lippa’, la ‘settimana’, ‘strega in alto’, ‘cut’ (nascondino), le palline, la palla di ferro, gli archi fatti con le ‘stecche’ degli ombrelli. E la fionda l’avevano tutti.

E arrivarono i ‘Signori’: così venivano chiamati i primi visitatori provenienti dalle città che, sull’onda del ‘miracolo economico’, avevano pensato di passare un periodo a sguazzare nel neonato mare e a insabbiarsi sulla spiaggia.

Ma dove mai potevano stare questi signori? Consideriamo che qualche pensioncina e qualche alberghetto erano già nati (rigorosamente sulla spiaggia), ma riempiti quelli, dove si potevano sistemare? Ma nelle case no?!

E i pescatori e i non pescatori, in estate affittavano la casa e andavano a vivere nelle capanne e nei ripostigli costruiti dove c’era l’orto e dove razzolavano galline e tacchini: ai bambini, questa rottura della routine, piaceva.

A Bellaria, come del resto in ogni altro luogo di questo mondo tutto paese, c’erano personaggi ‘particolari’ e assolutamente popolari. Quello che probabilmente, al tempo, era più noto, si chiamava Mario, veniva dalla vicina campagna e i genitori, sempre impegnati nel lavoro – che dovevano vivere e ognuno se la doveva cavare con le proprie forze – quando era piccolo piccolo, lo lasciavano sotto una grande cesta, per non dover perdere il tempo che non avevano. Il piccolo, che come unico stimolo aveva l’intreccio dei vimini della cesta, non sviluppò le sue capacità cerebrali: sarà chiamato e conosciuto come ‘Mario scemo’.

Deriso e beffeggiato dalla profonda ignoranza che ancora non riesce a scollarsi dal tessuto sociale, sarà, come chi lo seguirà in questo destino, uno dei più veri, genuini e spontanei abitanti di quella terra, il cui cammino, ancora agli inizi, la porterà a finire preda di una insana euforia imprenditoriale.

Intanto il ‘miracolo economico’, in cui quello che sta lassù non c’entrava niente, continuava: era arrivata anche la tecnologia.

Prima c’erano le radio, poi era arrivata anche la televisione. C’era anche chi aveva il telefono e, badaben, pure la lavatrice! L’elettricità, infatti, stava arrivando in tutte le case.

Le biciclette erano state sostituite in discreta percentuale da moto, motorini e scooter. Iniziavano a emergere dalla piatta uniformità della società paesana, quelli che: ‘avevano i soldi’!..

Chi erano? Quelli che avevano saputo meglio sfruttare le opportunità del nuovo corso favorevole e avevano avviato imprese, fatto costruire alberghi e pensioni, aperto negozi. E questi: ‘avevano la macchina’!

E non la topolino; ma la millecento o, addirittura, la Lancia Flaminia! Che era, in quella landa sabbiosa, quasi come avere il jet privato oggi.

E però, cavolo, solo loro? “E no! Anch’io!” Così dissero tanti. E nemmeno gli si può dare torto, chi non vuole salire qualche gradino nella scala sociale? Era iniziata quella malattia che si chiama: Umanità.

Continua.

Capitolo precedente, http://www.belligea.it/2017/11/12/come-tutto-ebbe-inizio-parte-7/

Il Direttore Giuseppe Bartolucci