DEMONI E DEMONI

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Tre giorni dopo la giustamente celebrata «FESTA DELLA LIBERAZIONE», ricorre un anniversario a tanti sconosciuto e, altrettanto giustamente, non celebrato.

Il 28 aprile 1945 veniva fucilato, assieme alla sua compagna Claretta Petacci, l’ormai ex «Duce» Benito Mussolini.

Che sia «giustamente» non celebrato, deriva anche dal fatto che ben più di un’ombra gravi su questo evento. Scriviamo «ombra», perché di come vi si sia giunti non ci sono relazioni storiche concordanti. L’episodio conclusivo è stato riferito dagli stessi testimoni e, pur con qualche leggera discordanza, viene ritenuto sufficientemente affidabile anche dallo studio dei reperti allora analizzati.

Il fatto che esistano queste ombre, sta però a evidenziare che con tutta probabilità – anzi, di questo si può essere certi – non fu un tribunale regolare ad emettere la sentenza capitale (come avvenne nel famoso «Processo di Norimberga»), e se chi pronunciò la condanna autonomamente si proclamò «Tribunale del Popolo», non significa godesse dei poteri vantati. E una prova – questa inconfutabile – dell’irregolarità della sentenza, risiede nella documentata richiesta degli alleati che Mussolini fosse loro consegnato «vivo», e l’Italia, al momento, agli alleati doveva obbedire perché con gli alleati aveva trattato, perché il colpo decisivo alla Liberazione furono loro a darlo. Quindi, l’atto, fu un vero e proprio venir meno agli accordi presi. In un momento tanto critico, tanto delicato, nella posizione ben poco felice in cui la nostra nazione si trovava, tutto si può dire, meno che la mossa sia stata opportuna.

Stendiamo poi un velo sull’accanimento che si scatenò sui corpi senza vita, perché è qualcosa che non depone certo a proporre un’immagine di civiltà.

Ma fu quello che avvenne dopo a stendere ombre ancora più oscure su tutta la vicenda.

Che i partigiani provenissero da ogni lato ideologico, sociale e culturale, è ben noto. Avvenne però che il giustizialismo personale continuasse a permeare una frangia dei più «sfegatati», che iniziarono la «caccia al fascista…»

Certo per molti c’era risentimento, certo molti fascisti avevano compiuto atti che definire «di bullismo» è riduttivo, e certo chi li conosceva e aveva subito le loro odiose prepotenze, che ancora tanto bruciavano, aveva una gran voglia di restituire con gli interessi quanto aveva dovuto sopportare. Ma la civiltà ci insegna che la giustizia sommaria e personale, non è affatto un segno, appunto, di civiltà, né può definirsi giustizia. Anche perché questo sommario giustizialismo, in diversi casi, operava una vendetta personale per ragioni che ben poco avevano a che fare con il fascismo.

Questi comportamenti e quanto sopra riportato sul «non processo», contribuirono non poco a creare per tanti un’errata immagine verso coloro che avevano rischiato la vita per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Vi furono infatti tanti partigiani che rifiutarono di partecipare a questa «caccia», e spesso vennero emarginati e, a loro volta, bullizzati.

Perché la violenza non è in un’ideologia politica, ma nei periodi storici si sposta a destra e a sinistra, a seconda della convenienza di chi la persegue.

Abbiamo i crimini nazifascisti, come abbiamo i gulag del comunista Stalin (di cui ancora alcuni comunisti stentano a parlare), abbiamo le Fosse Ardeatine, ma abbiamo anche le Foibe dei partigiani jugoslavi.

Non prendiamo posizioni politiche «a priori», ma giudichiamo onestamente, serenamente, civilmente e, nel senso più alto, «umanamente». Se così si facesse, probabilmente sarebbe tutto migliore e, perché no, più facile.

Claudio Lazzarini – Giuseppe Bartolucci


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Il Direttore Giuseppe Bartolucci

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