EUTANASIA DI UNA CITTÀ

Parlare ancora delle cose di Bellaria I.M. è ormai una battaglia persa. L’ago con la flebo per l’eutanasia è stato inserito dieci anni fa, ma nessuno ha pianto (è un eufemismo per il coglione che non capisce) per questa città.

Non l’hanno pianta ma l’hanno comunque seppellita, e a questo punto c’è da riderci sopra. Ma parliamoci chiaro, la fontana e le capanne non sono niente, non hanno alcun valore storico o architettonico.

L’architetto di Gennaro Savastano (Ciro) avrebbe fatto di meglio. Non saranno altro (a breve) che macerie che deturpano un paesaggio, già deturpato.

Non c’è un cazzo da salvare, quello che ci sarebbe da salvare sta marcendo nella totale indifferenza. Servirebbe la riduzione in pristino sino all’ultimo pezzetto di cemento, sino all’ultimo tondino di ferro, sino all’ultima molecola di sputo dei muratori che l’hanno costruita. Sarebbe la soluzione più naturale e più consona a una nuova visione di turismo: ripulire quella che è stata la sublimazione dell’abuso edilizio a cui tutti hanno partecipato.

Ho ribrezzo per il profitto a tutti i costi, ho ribrezzo per tutti quelli che accettano e hanno accettato in silenzio la lenta e inesorabile distruzione della città. Ora ci si aggrappa al: «siamo stati i primi a creare l’isola.» Ci si aggrappa alle luminarie, se sono belle o brutte. Forse qualcuno vede qualcosa di bello?

La colpa non è solo dei soliti noti che hanno fatto, e fanno, il bello e il brutto tempo, ma di chi in questi anni ha taciuto delegando a politici con conflitti di interesse e zero spessore, o a vecchie opposizioni (esclusa una signora) impalpabili e immersi in un vuoto pneumatico.

La colpa maggiore è il non aver capito, anzi no; sapevano dell’incapacità, ma una mano lava l’altra. In fin dei conti siamo amici, conoscenti, una città dove tutto è trasversale, guai ad esporsi.

Ad esempio, qui è stato eliminato politicamente un hombre vertical, uno che voleva la rendicontazione di quello che c’era in cassaforte (voleva sapere), soldi pubblici appunto…, ma: «non devi rompere i coglioni.»

Tiriamo avanti, e mentre le località limitrofe, ora, in questo momento, stanno già facendo progetti a lungo termine per migliorare l’offerta e utilizzare fondi UE per fidelizzare, qui si parla ancora di darsena, che sarebbe come vestire un uomo nudo partendo dalle scarpe.

Pochi giorni fa un sindaco di una località vicina ha invitato i suoi concittadini ad abbellire la città con fiori e piante nelle proprie case o condomini. Non si possono vedere in pieno centro intonaci cadenti, imbiancature di cinquant’anni fa, “erbaioni” in ogni dove. La bellezza la si compone come un puzzle, ognuno deve, o almeno dovrebbe, fare la propria parte.

Se a una città di mare togli la bellezza non le rimane altro che l’acqua per bagnare i piedi. Ai più va bene cosi, ed è un peccato, ma non date la colpa al Covid, il Covid ha colpito ovunque.

E. V.


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Il Direttore Giuseppe Bartolucci