BELLARIESI

Di Alfonso Vasini

Molti anni fa ritenni doveroso esortare pubblicamente i miei concittadini a correggere l’irragionevole individualismo che li rendeva inadeguati a gestire il miglior futuro loro e della città.

Constato, purtroppo, che nulla è cambiato da allora e, per il rispetto che devo alla terra natia, sento ancora una volta il dovere di rinnovare quella esortazione riproponendone di seguito il testo, parola per parola.

Se di un paese in cerca d’identità dobbiamo discutere, facciamolo pure. Non abbiamo avuto archetipi nobili su cui fondare il nostro futuro. Fummo anonimo borgo di poveri contadini che lottarono duramente per sopravvivere. La faticosa e, spesso, ingenerosa terra fu la sola nostra risorsa per lungo tempo. Poi scoprimmo il mare ed al suo fascino misterioso affidammo le nostre speranze. Terra e mare sono stati il binario su cui ha transitato il treno della nostra esistenza con un incedere irto di difficoltà e scandito dal severo ritmo delle leggi della natura che imponevano, soprattutto, di tutelare noi stessi. Non c’era tempo, né modo, di pensare ad altro e neppure c’era lo stimolo per farlo. In questo contesto si formò il primo e, forse, l’unico elemento della nostra identità: un forte spirito individualistico necessariamente proteso a difendere i pochi e poveri nostri averi che è rimasto impresso nel nostro DNA, ma che non ci gratifica ai nostri ed agli altrui occhi. Non molto diversi siamo noi oggi che, vinta la battaglia per la sopravvivenza, ci adagiamo su una coltre di indifferenza che ci tarpa le ali impedendoci di spiccare il volo. Non un sussulto, non un rigurgito d’orgoglio, non una spinta ad edificare quegli archetipi che il passato non ha potuto trasmetterci in eredità e dei quali abbiamo tuttavia bisogno affinché si possa dire: “i bellariesi sono questi“. Anzi, pare che oggi l’avere una propria identità ci incuta paura, perché essa comporta di sacrificare in tutto od in parte il nostro edonismo e di assumerci la responsabilità di onorarla, quando la si sia conseguita. È ben vero che nel corso degli anni la nostra indefessa e, spesso, spasmodica operosità ci ha fatto diventare più ricchi; ciononostante al termine di ogni “stagione di lavoro” ci ritroviamo puntualmente in molti a porci la fatidica domanda di sempre: “ma ora chi siamo?”. Evidentemente avvertiamo che la migliore condizione economica raggiunta non è sufficiente, da sola, a consacrarci compiutamente alla dignità di società civile e, purtuttavia, rifuggiamo dal perseguire altri e più elevati scopi i quali, forse, non ci interessano nemmeno. Preferiamo vivere senza identità ed assopirci (come il buon “Schiuma” di pascoliana memoria *) sulla nostra comoda “carretta” alla mercé di un “asino nero” che risolva per noi i problemi della vita. Ma quando ci sveglieremo Bellaria sarà quella che abbiamo sognato?–

Oggi nuovi amministratori si affacciano alla ribalta e probabilmente c’è ancora margine per recuperare il tempo perduto. Tuttavia non basterà il loro impegno istituzionale se non sarà supportato dall’impegno civile, solidale e culturale dell’intera comunità bellariese.

Alfonso Vasini

° L’asino ( Giovanni Pascoli – Primi poemetti ).

L’asino… Parmi adesso: era una sera
d’ottobre, nella strada di Sogliano.
3Cigolava per l’erta la corriera.

E io guardavo dietro me, nel piano,
dove San Mauro mio già non appare
6— oh! mio nido di lodola tra il grano! —

dove tra il verde luccica e tra chiare
brecce di ville borghi città, drago
9addormentato dal cantar del mare,

la Marecchia argentina. E quando pago
fui della vista, mi rivolsi e, nero
12come uno scoglio per un roseo lago,

nero sopra un trascolorar leggiero
di tutto il cielo, come un’ombra netta,
15nero e fermo lassù come un mistero,

l’asino vidi con la sua carretta.

Non altro? No. Da non so qual pendice
veniva un canto di vendemmiatore,
19veniva un canto di vendemmiatrice:

veniva or sì, or no, tra lo stridore
delle ruote. Sentii queste parole:
22E m’hanno detto ch’è morto l’amore…

Io, sole queste; ma non queste sole
l’asino che lassù stava, annerando
25dentro il morire fulgido del sole.

Pur non vibrava, vidi, a quando a quando
l’orecchie della lunga ombra per quello
28stornellamento così lungo e blando;

sì le volgeva appena a un ritornello
or chiaro come d’anelante piva,
31or aspro come d’avido succhiello…

Su la carretta il carrettier dormiva.

Russava nella strada solitaria
Schiuma, lo scalzo e rauco pesciaiolo,
35tuo figlio, o di marruche irta Bellaria.


Lo prese e vinse il vino di Bagnolo
nel suo ritorno; e l’altro, a poco a poco
38per non più fare la sua via da solo

(senza il bastone!), si fermò tra il fuoco
del vespro. Dietro, delle ondanti gote
41egli ascoltava il buffar grande e roco.

L’uno dormiva su le ceste vuote,
vidi passando; e l’asino, St! dorme!
44parve accennare alle sonore ruote.

L’un su le ceste, e su le sue quattro orme
l’altro, non meno immobile del primo.
47Soltanto, l’ombra sua, lunga e deforme,
pasceva al greppo un vago odor di timo.

 

E l’uomo con la cara anima invasa
d’oblìo, dormiva nella via maestra;
51ma già la moglie l’attendeva in casa.

Fosse andato pur là dove è maestra
gente in far teglie, sotto cui bel bello
54scoppietti il pungitopo e la ginestra;

a Montetiffi; o dove, a Montebello,
passero solitario, ancor per uso
57torni nel solitario tuo castello;


già l’attendeva; e la capanna al Luso
più non udiva dall’industre moglie
60il fremebondo vortice del fuso;

ch’ella destava il fuoco già, con foglie
secche, e stacciava, e poi metteva il piede
63fuori, e le donne assise su le soglie

interrogava ad or ad or: Si vede?

 

Ma l’uomo era lassù, lungi dal mare,
sul monte azzurro; e nol sapea: pian piano
67credea seguire il suo tranquillo andare.

Anzi, calava d’un buon passo al piano:
già balzellando si sentì di sotto
70le tue selci sonanti, o Savignano.

Anzi, a San Mauro s’era già condotto;
e sentiva sonar l’Avemaria,
73grave e soave, tra il fragor del trotto.

Anzi, alla Torre: e nella nera ombrìa
del parco udiva un ultimo fringuello,
76mentre al galoppo egli svoltò la via.


Anzi, era giunto: urlava: Arri! mio bello.
L’aria marina gli pungea la fronte,
79e la rena legava: Arri!… Ma quello

era là, fermo, su l’azzurro monte.

si farà certo con un po’ di pena;

ma è l’ultimo! l’ultimo! ma questa
è la mèta, è il riposo! Odi: col canto
86delle mille onde il mare ti fa festa.

Avanti! Si va piano, ora; ma quanto
s’è corso prima! O Schiuma, ecco Bellaria!
89Avanti! ecco la gioia, uomo! — Frattanto,

l’asino è fermo, e l’uomo sogna. Svaria
quel gruppo nero sul purpureo cielo.
92I pipistrelli sbalzano per l’aria.

Viene un suon di campane dietro un velo
di lontananza; e tutto si scolora.
95Laggiù chiede una donna al mare anelo,

all’ombra muta: Non si vede ancora?


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Il Direttore Giuseppe Bartolucci