Lo stagno di ranofornace: I vermi di Platone

 

“La pietas dell’arte è la sua idea filosofica: l’escatologia escrementizia contenuta nella sua forma salverà il mondo.” (ranofornace)ranina picciina

Pierdomenico “ranofornace” Scardovi-Caress Your Love (Accarezzo il tuo Amore) 1977 (file originale)

 

dome 2 1978Pierdomenico Scardovi 1978

Quando definirsi pessimisti implica generalmente scontentare e intristire qualcuno, perché colui che guarda nel fondo delle cose col sentimento della considerazione, avverte in special modo i segni disgraziati della miseria, come una bruciante sconfitta di quella mistica illusione che è il moto del mondo, sognando la maniera per limitare l’azione del male nelle sue innumerevoli facce ed espressioni, in un qualcosa di più grande del proprio cuore e dei propri mezzi, per un minimo di degna convivenza. Ma con ciò non è detto che questi segni facciano parte dell’ultimo atto di una lunga vicenda. L’uomo, la storia, sono la spinta assestante della progettualità dell’esistente che, nella bivalenza della condizione, ha preferito esistere anziché no. Quindi siamo a buon punto. Il destino dell’uomo, come si sa, è legato in gran parte a se stesso, lo si può pensare all’interno di una temporalità ineluttabile, oppure all’esterno di una galassia impazzita, senza confini. E se la forza del suo genio, insita intimamente nelle corde della propria essenza atemporale, riuscirà, ad un prezzo immane frenare il tracollo, si aprirà allora una nuova era per una nuova umanità.

Ed è questa considerazione della temporalità che, nella coscienza di ognuno, pone il quesito in modo tale da volgerlo in modo ideologico e dogmatico rispetto alle proprie esigenze e aspettative ideali, con risultati  differenti e contraddittori. Le azioni degli uomini mancano di ordine e se un ordine dovesse essere possibile, è quello abbozzabile nelle disparità degli equilibri di libertà, nella tollerabilità della forza dei poteri economici e politici, nella dissennata e cinica gestione delle risorse e condizioni del pianeta, nella sopportazione dilaniante delle ingiustizie materiali e spirituali, delle prevaricazioni culturali derivanti dai pensieri filosofici di prerogativa totalitaria e religiosa e nel potere assoluto esercitato dalla scienza e dalla tecnica. Ma occorrerebbe una nuova spiritualità che rinquadri l’individuo agli occhi di se stesso e il difetto di parallasse del suo orientamento etico-morale, ed ogni riferimento al mistico fosse altro che l’interlocuzione dell’arbitrio con questo limite parallelo, frontale e arretrante, in cui riflettere valori anti-idolatrici per non distruggere quello che c’è già di buono e nient’altro. In tutto ciò, l’uomo gioca il suo destino. (vedi cit. “Accedere alla totalità del simbolico…” link)

La giustizia, la morale e l’estetica si muovono nella spregiudicatezza e nel disprezzo del verso e della fondatezza della storia. Esse zoppicano nel caos aberrante degli interessi diacronici e scompensati, prodotti dai poteri e nella resa dei conti si muovono in direzione tragica. Tutto fa pensare, se sarà possibile, ad una nuova umanità, nell’idea bilanciata e dialettica delle differenze esistenziali, nella considerazione della diversità ritmica e temporale dei fatti. Ma ciò implicherebbe distogliere dalla visione dell’uomo, il suo irrefrenabile impulso di affermazione, nell’infrazione costante della regola del gioco di potenza.

Le direzionalità dell’arte sono molteplici, si collocano su livelli di indagine e tentativi di conoscenza differenti, ma tutte fanno a capo all’idea ultima e originaria: la nudità e vestizione della verità, insita nei processi di creazione; significanza e destinazione della gestazione, quand’essa perde il controllo iniziale distaccandosi dalle sue premesse evolutive per scorporare nella virtualità metafisica, il vitale, l’esistente e l’assetto armonico prelevato dal significato del nulla, rimanda, per un gioco misterioso, sempre e comunque a ciò che è giusto che sia. In ciò si distingue, si separa dall’idea a tout court, dal pensare, dalla filosofia, in quanto il suo scopo non è il raggiungimento e la definizione dell’essere e dell’essente e neppure la sua rappresentabilità, ma la creazione plausibile e indiziaria dell’azione universale come generatrice di valore spirituale nella dimensione umana. La natura della sua azione è monogamica all’estetica ed è aliena all’idea in sé e alla riproducibilità surrogata, in quanto generatrice solo di se stessa.

Le idee in Platone sono a se stanti, al di sopra dell’umano e in quanto tali vanno seguite come fondamento e precetto delle azioni e della storia, intesa quest’ultima, in grado di essere controllata e diretta secondo leggi che regolano l’universale. Basti pensare che la metafisica si inserisce nella crisi della democrazia ateniese come nuovo tentativo di ordinamento, di decidere della vita e della morte degli uomini, di riportare cioè, le azioni umane sui binari dell’incontrovertibile riducibilità della fondatezza metafisica dettata dalla idee; quelle per cui erano risultate pertinenti a orientare la matematica e in quanto tali, razionali. L’idea socratica dei processi logici, in Platone dà l’avvio alla scienza.

Sappiamo oggi che non è tutto così grandiosamente orientabile. La realtà dell’uomo non può esaurirsi nell’analisi filosofica, anche di quella più scientificamente analitica; la realtà sfugge come esasperazione dei valori in campo, nei rapporti di forza materiale e simbolica tutt’altro che controllabili. Il pensiero occidentale è il vero indiziato, racchiuso nell’egemonia pretenziosa della sua stessa più grande scoperta (la scienza come fondamento della conoscenza), si sta esaurendo nell’espansività del suo  volere essere il modello di riferimento planetario. E, messo con le spalle al muro, con la sua esclusiva competenza dei sui fondamenti, per come definire le cose per poterle dominare, così l’uomo, le società e il mondo, dovrà fare inevitabile ammenda. Il possesso e l’uso della tecnica, i suoi colpi di coda,  correlata ai vari pensieri che non l’avevano generata, tendono costantemente a ridurre il suo espansionismo culturale, minandolo per mezzo delle sue stesse scoperte (nessuna cultura intende autonegarsi volontariamente, se non con la forza, per approdare ad un’altra, anche se quest’ultima vanta di possedere i fondamenti di una verità “generatrice”, ma nel migliore dei casi adotta quei fondamenti per preservare la propria autonomia, oppure riaffermarla, magari a discapito della prima), probabilmente determinerà una profonda revisione di questo atteggiamento, ma prima di voltare pagina, se una qualche “salvezza” spirituale, materiale o di specie sarà possibile, non oso pensare cosa potrà accadere.

Su questa condizione di grave instabilità si inserisce l’utopia dell’arte: quella di volere a suo modo, cambiare il mondo. Farà sorridere, ma la rivoluzione è volta all’interno della sua sfera e si ripercuote nella cultura generale con la forza dei suoi messaggi. Non è possibile pensare all’arte senza considerarla come produttrice di pietas delle idee nella dimensione umana. È la sua escatologia escrementizia, ovvero la forza espansiva del tragico, insita nella sua realtà storica, ad aprire il varco. Il tragico non è inteso come celebrazione dell’uomo in quanto tale, ma la sua vicenda; il destino della sua azione o se vogliamo l’espressione della sua dinamica quintessenziale. Vi sono processi di creazione nell’arte che neppure la scienza è in grado di individuare o replicare e la filosofia di definire e neppure l’induzione dall’oggetto/soggetto artistico riesce a rivelare la specificità della loro sostanza eidetica, perché sono dell’uomo in collaborazione con la percettività dell’improponibile, dell’inenunciabile e dell’incollocabile, quindi estranea alla natura empirica e al pensiero logico. Piuttosto, i  processi di creazione rodano la mente ad aprire nuove connessioni con l’increato per una mutazione genetico-culturale. Ed è nella loro infinita virtualità, che la questione della loro selezione e combinazione responsabile, assume un valore etico-morale  fondamentale al rinnovamento umano, partendo dagli eletti che sono deputati a dirigere il mondo. Questo mio azzardo concettuale ha la pretesa di guardare lontano, molto lontano.

gioco fatale - 2002“Gioco Fatale” 2002

I vermi di Platone

Poeti in calore
le parole salgono alla gola
dalla piccola coscienza sbordano in delirio…
non hanno fede.
Germogli esalanti che invadono l’aria
prudono l’angusto angolo della periferia
linsopportabile tanfo della prigione.
Stagna chiunque ne possa beare i sensi
dai vegetali alati ai roditori dell’agglomerato.

Noi abbiamo invaso l’abisso e prodotto vermi
tentando di raggiungere l’iperuranio.
Così fosse chiaro che abbiamo errato
perché la verità è in ben altro
se possederla facesse parte di questo mondo.
E mi concedesse frode di ogni errore
il ché esiste da qualche parte vederle il volto
lo sguardo fisso senza indugiare
con gli occhi persi nella notte.

Venne poi il tempo delle messi sospinte
piegate ai venti confusi sulle colline.
La pioggia sulla strada dei fari scendere a valle
ripulire i sassi dal fango e le tracce del corpo nudo
fuggito al pensiero di vestire per sempre
l’umile prova della sua sacra virtù.
Occorreva ordunque seppellire le vesti
percorrere a  piedi col palmo dell’oblio
l’alveo dissecato dei fiumi esausti.

In seguito il corpo nutrito dal fuoco della passione
ha masticato pagliuzze d’oro sulle ripide dello Yukon.
Ha riscosso glorie dai portali di Rennes-Le-Chateau
nella questua austera della sottomissione.
Si è deliziato d’ambrosia all’ombra dell’olmo ellenico
danzato ditirambi di ghirlande e maschere
in canti di giubilo nei boschi accecati dal sole.
Ha trovato il coraggio per dilaniare i suoi peccati
e piangere nelle mutande le ingiustizie del mondo.

Ho irrigato aridi campi col mio amore ostinato
per infondere la pace nel profumo dei fiori e ho perduto.
Ho soppesato la modestia sul piatto della presunzione
per cesellare con lucida maestria il diadema della pena.
Ho lasciato volteggiare la mia anima ai venti glaciali
ai soli estenuanti delle calde stagioni
ed ho udito l’urto rovinoso del suo alito
infrangersi nello sguardo assorto delle stelle.
Io mi dirigo nello spirito… questo è certo!

Già… Platone intendeva diluire la coscienza
la mente allora produrrebbe un sogno
la forma ombrata della realtà.
Ha consegnato la verità ai suoi scalzi discepoli
il progetto e gli strumenti dell’episteme.
Con la forza della ragione ne ha posto il senso
l’ideale e il razionale allo sguardo del poeta
e lui l’ha trovata crudele dolce e seducente
al suo idiota istinto d’artista.

Ho cercato d’indurire il mio cuore verso la carità
livellare il disgusto per la povertà e la ricchezza
compatire la sempiterna ignoranza
come un dono impietoso della pigrizia.
Ho cercato lo stigma lungo i sentieri delle mie mani
e ho trovato il mostro adulatore della menzogna
mordicchiarmi la docile fibra contadina
spingere i miei passi nella fossa della vanità.
Lì dove tutto muore: – sogni libertà e un briciolo di saggezza.

Mi sento sempre più piccolo
non so se è grandezza o spegnimento.
Nel bosco delle ginestre mi sono steso a terra
immerso a guardare il mare e svestire il cielo
di tutto questo mondo la sostanza
nel suo più flebile velo.
Il senso…  il senso e non oltre è il vero fantasma!
Questo cadavere sceso a patti con la domanda
superstiziosa arrogante malfidata e oltraggiosa – è il supplizio!

Ma le cose più belle so che non le potrò saggiare
quelle a cui non oso chiedere si doneranno morte.
E se Whitman ha creduto di vedere agire la speranza
vestire di tenere foglie la giustizia l’ordine e la morale
assopire la libertà nel sentimento di unità
Platone ne ha intravisto la condanna.
Noi siamo nulla – balocchiamo contenti nelle nostre catene.
Commiserare la dipartita invece è vivere.
Solo lo spirito vola alto come un bimbo che fugge… libero!

Pierdomenico “ranofornace” Scardovi 1982

nota

“I vermi di Platone” è la seconda poesia di un trittico poetico scritto nel 1982, assieme a “Paracelso era sospeso” e “Il cimitero di Arlecchino” (link – link) Affronta i temi della libertà e della giustizia che assumono qui le fattezze di un dramma interiore, occupato dalla conflittualità  fra il sentire e il pensare; dalla frattura che intercorre fra emozione e coscienza. La sofferenza del peso “metafisico” delle idee, imposte da Platone è vissuto quasi come un muro invalicabile, quello che io ho chiamato alla fine della poesia, una “condanna”, con cui è difficile non fare i conti. Tuttavia, affiorano qui i semi (kantiani) della saldatura, che riattiverà la ricerca della verità individuale e  del senso che può assumere il suo riconoscimento, nei limiti delle scelte soggettive esistenziali (vedi: “il movente” link). Tratta, appunto, di riflessioni filosofiche, indizi di poetica e confessioni. Nove strofe da nove versi liberi in stile neo-decadente, intese come flusso folgorante e consequenziale. Tappe in cui si stampano pensieri e sentimenti, come atti rivelatori di un viaggio di avvicinamento alle origini psichiche del sottoscritto. Unica nota tecnica è l’assenza della virgola, come in quasi tutte le precedenti poesie. Questo per offrire al lettore l’occasione di operare lui stesso le proprie pause.

“Caress Your Love” (Accarezzo il tuo amore) 1977, è una canzoncina scarna e intimista rivolta all’amore, immerso nella dolcezza della malinconia. (Pierdomenico Scardovi, chitarre acustiche, voce)

immobilità - 2016 “Aequo” 2015 – (di ranofornace)

“Io resto immobile, nello stesso identico punto dove tutto ebbe inizio. E’ lì che ho fatto i viaggi più estasianti, percorso le vie più tortuose e scalato le vette più ripide. Lì, dove sono nato nella stessa identica stanza, ho appurato il torto e la ragione, assaporato la meraviglia del miracolo nel miracolo dell’universo… e mi si sono aperti gli spazi!”

Grazie dell’attenzione.rano 2

Pierdomenico Scardovi

foto in evidenza “melagrana” di Federica Scardovi


RIPRODUZIONE VIETATA © BELLIGEA.IT

Pierdomenico Scardovi