Lo stagno di ranofornace: “il silenzio è l’acqua” – “Preterito”

 

“Ci sono poeti
cantori della vita
che del silenzio hanno fatto poesia.”

(ranofornace)ranina picciina

 

1 - foto - il silenzio è l'acquaPierdomenico Scardovi “il silenzio è l’acqua” – 1986

 

Tutto ciò che sta attorno alla parola non entra, sembra una celia ma è credibile. Allora cosa contiene il suo significato? Gli effetti di una natura impropria. Prendiamo in esame “il silenzio è l’acqua”, un frutto poetico maturato lentamente nel tempo. L’enunciato così com’è formulato perde la sua staticità tautologica (A–>B) e non (B=A), risuonando con una serie di frastuoni segnici che lo eludono e liberano da vincoli denotativi. Due entità semantiche di campo differente, legate dallo stesso rapporto funzionale come corpus dello stesso sintagma in un andirivieni che le sfuma in <è>; l’annuciazione dell”essere“, quello che viene considerato un cruccio di tutta la metafisica universale. Un po’ come lo sfregamento della pietra focaia sul sasso che provoca la scintilla, quella che solitamente viene identificata come una connotazione; un prodotto che io chiamo “sostanza poetica”.

La realtà è pronta a inondare le significanze linguistiche di suoi riferimenti costitutivi, trafiggendo il corpo del significante tramite il suo stesso significato lessicale. Questo è un vero e proprio atto di morte, se pur necessario e “nella morte lo spirito si libera”. Vuol dire però, che l’uccisione del corpo poetico con l’arma denotativa del referente non permette a quest’ultimo di possedere o entrare nell’essenza linguistica di quel corpo,  L’aspetto antigravitazionale della poesia è la sua lontananza dalla realtà; la forza prodotta dal circolo psichico-semantico interno al corpo linguistico che la determina, si muove e si estende con regole proprie, segue cioè ragioni che non appartengono alla dinamica extra intellettiva di cui la realtà è il fondamento.

Quindi, una consistenza esterna e persistente non è in grado di trafiggere una consistenza interna e fuggevole. La sostanza poetica, uscendo dalla questione dei meccanismi linguistici, entra nel campo delle percezioni ed è invasa da quello che potrebbe essere chiamato “spirito”,  cioè quel tipo di situazione incorporea o condizione volitiva di colmare il vuoto che nasce dal bisogno il-logico dell’uomo, di dare risposte alle infinite domande con lo strumento dell’intuizione e della sensibilità mistica e/o artistica. E’ la musica trasportatrice, la più astratta delle arti e nelle sue premesse la più pura, a prendersi l’onere di questo volo “superiore”. Non solo, ma c’è musica nella fonesi pulsante dei contenuti dell’immagine psichica prodotta dal corpo artistico della parola e musica che trapassa il corpo artistico dopo che questo è stato colpito a morte: è la stessa musica. Vuol dire che passa di qua e di là, dall’universale al particolare con sconcertante disinvoltura perché coglie al massimo della sua essenza l’energia naturale convogliandola in quella parte accogliente dell’intelletto. A quel punto viene percepita come spirito creativo. Lo spirito non è relegato alla sfera affettiva in particolare ma è acquisito negli effetti cognitivi del simbolico. L’importanza di cogliere la differenza fra “energia” e “spirito” pone all’uomo l’autonomia decisionale di collocarsi, in base alle proprie esigenze interiori, all’economia morale, funzionale, speculativa e conoscitiva del proprio pensare, su una scala differente della dimensione esistenziale. Non sappiamo se lo spirito creativo è più fine o profondo dell’energia naturale, ma possiamo avvertirne la presenza quando, intercettato dall’intelletto, lascia un segno del suo ineffabile alito; un passaggio, un’esperienza che si stampa indelebilmente nella coscienza. Della natura è l’anti-forma che piega le cose e il pensiero all’uomo.

parchment v(Parchment) “Unzione V” – 2015 (nel tema della metafora/metonimia: cielo-mare<—>aria-acqua<—>nubi-pesci)

 

Preterito

E’ ovunque io possa incontrare
l’idea di averti già vista.
Diluito nel bianco ovattare delle pareti
l’eco silenzioso del tuo amore
scioglie al giorno ogni suo gioco
in risa e canti invitanti.

Lì, dove tu eri
il cielo ha sposato le glauche rive
spezzato i tesi rami di gesso
al volo indulgente del tuo sorriso.
Lì, dove tutto è altro scorrere
prende posto l’assurdo, l’inaccettabile e tu.

In qualche minuto, un’ora, un attimo
il tuo sentore vaga ferito
Diranno: – l’ho fatto per te non aspettare…
Quanto delle briciole cadenti nel tombino
Il formicaio piange di convulsi rimorsi
Il piglio smarrito delle tue suole?

Quante delle pigre favolette pisolano
sotto il vaso d’oleandro, menar cucchiaio
al molle ventre della mia anima?
Tu sei il resto che ho trovato
il bacio dal bianco vermiglio di pesco
Il sangue sfinito fra l’erba scarmigliata.

Allo scricchiolare delle torbe peregrine
sbava di fragorosi zampilli il fosso
e le farfalle fuggite di terrore
da uno spoglio groviglio di spini
lasciano il viso a far di erratici voli
il fugare lo sbando dei nomadi cicloni.

Sopra i flutti delle coste vellutate
al tenero indifeso cullare degli anfratti
screzia radente la sera.
Il mio cuore come una colomba smarrita
si è posato sull’alea dorata
di un ramoscello d’arancio fiorito.

Cosa dire del vecchio pitosforo sbocciato
del bianco polline in ruggine
quando tu stretta nell’ombra di un viottolo
irrigavi i vasi acerbi della mia curiosità?
Poi, del mio cuore ho fatto la prateria
dove libero corre il vento.

Il vento omicida delle femmine in amore
ad intonare al cuore una mesta pantomima.
Sulle rogge scoscese della bioma selvaggia
le mandrie ubriache cioncano il vischio
dalle turgide mammelle.
Che sboccino gli incontri segreti… Via ai baccanali!

Oh Musa! Oh flauto di Pan
incatena la tua dolce melopea
sulla gramaglia dei miei ardori!
Ho visto nuvole sacre uscire dalle bifore
ancore uncinate sulle travi dei campanili,
sbardellare l’ossuta criniera delle chimere.

Tu, madre mi donasti l’amor proprio
trafugato dalle vele del tempo…
dentro oceani di parole ho ripescato le sue delizie
affiorate tra le rovine coperte di cenere
il rivolo pulsante del loro canto
erompe a morte.

Ho visto troni di vespasiani celesti
impregnati di salive e sterchi ammuffiti
falli lascivi di liocorni afrodisiaci
trafiggere statue di madonne incensate.
Le corde di liuti innamorati ciondolare
sulla cintola di poveri pazzi ubriachi.

Ho udito lo stridio del chiurlo
trilli tumefatti dipanare al tonfo il nido
schiudere a rilento i cancelli della delimita.
E la neve dal candido pastrano vestire i crocefissi
lambire il refolo sugli steccati delle vigne
irrisi al vezzo beffardo della sorte.

Ho visto foreste di betulle abbattersi fra i marosi
alla deriva le fronde, vestirsi d’alga e di meduse
al gemito esausto delle maree.
Lingue di albe infuocate baciare le foglie di borrana
gelsi di rugiada sui petti delle ninfe
profondere gli aromi all’orizzonte.

Ho udito ai margini dei catrami il silenzio
tumulato in scatole di cemento
il sibilo della vita dentro muti organetti
spirare il rantolo sordo delle fogne.
Tra cascami di broccato e fiandre di festa
l’ululato burattinesco della città.

Trovare le tracce delle nostre mani che si lasciano
vedere scorrere la tua immagine dentro i rimorsi
ripaga la coscienza degli interminabili addii.
Su equivoci mari dell’esistere galleggia la mia valigia
aperta sulla soglia degli specchi.
Non è possibile… non è per me che debba volare.

Pierdomenico “ranofornace” Scardovi 1977

 

nota – “Preterito” 1977 – è una delle mie poesie più lunghe (15 strofe da 6 versi liberi) in stile neo-decadente. Tratta di ricordi e confessioni. Quel che rimane della poesia mentre tutto si perde, è un silenzio che risuona nella coscienza.

Pierdomenico Scardovi- Elastic Druid  1977 (file originale)

“Elastic Druid” 1977 – un tributo al primitivismo del “Takoma Sound” di John Fahey e Robbie Basho di cui sono debitore. Ovvero, verso le forme arcaiche e minimali del chitarrismo americano, nell’unica mia esecuzione chitarristica e in quanto tale, ha qualche pertinenza a rapportarsi alle idee qui espresse. L’alto grado di a-sentimentalità di cui si avvale o se vogliamo la sua lontananza dalle commozioni e dai languori baroccheggianti delle persuasioni rock, l’epidermica sensualità, la cadenza e anche l’insistente monodicità, fanno parte della mia ricerca di essenzialità formale e spirituale. E’ comunque innegabile la concezione musicale delle sue note che si discostano totalmente dalle rassicurazioni accattivanti delle forme armoniche e melodiche convenzionali, nonché la stessa sonorità che si manifesta in un  raga prolungato, in bilico tra occidente e oriente. Si avvicina piuttosto, con tutta l’imprevedibilità tecnica e contestuale, alla comunione spirituale con l’esperienza naturalistica della musica etno-popolare che eludendo le mie origini fortemente romagnole, approda alla dimensione culturale della musica globale, intesa “senza frontiere”. Pierdomenico Scardovi (chitarra acustica).

“C’è musica nata per compiere prodigi. Occorre quindi vegliare perché lei possa entrare e varcare la porta del sentire. Non è arrestabile perché nulla è nostro, nulla è suo… ciò che veicola appartiene allo spirito.” (ranofornace)

Ma ora vengo al nocciolo della questione andando più a fondo. Metto in evidenza alcuni passaggi affini e complementari alla poesia “Finestra” e all’opera “Unzione IV”, tenendo presente che quest’ultima è qui mostrata dalla documentazione fotografica che necessiterebbe di un ulteriore passaggio di astrattizzazione, ma facciamo conto che siamo di fronte all’opera vera e propria.

Parchment - unzione 2 - 2015(Parchment) “Unzione IV” – 2015

 

Finestra

Ho strappato il cielo
alla finestra
per far cadere le stelle…
Per dare loro una casa.

1977

 

“Unzione IV” della serie (Parchment) 2015 – è opera noumenica aniconica. “Il rapporto fra l’immagine interiore e la sua figurazione è il suo prodotto. In fondo è ciò che ancora rimane dell’arte” (rano 1979). A ribadire l’importanza che occupa l’aspetto visionario nella creazione e fruizione dell’opera d’arte, pongo in relazione la poesia “Finestra” del 1977.  Il paradosso è il silenzio fisico e psichico con cui ascoltare la voce della poesia e dell’arte. Un silenzio di qualcosa che è già accaduto. La metafora/metonimia comune alle due opere, passa per lo (spazio-cielo <—> stelle) <– strappo-caduta–> (pioggia-lacrime <—> emozione) in grado di produrre lungo la catena “io accolgo in me stesso tutto ciò che ac-cade  come doccia-nido” divenendo così, contenente e contenuto di un mistero: – Il buio/luce in cui si liquefa/svanisce in un processo alchemico, l’io monolitico nel tema degli elementi naturali, (l’acqua come condensazione e compressione<—(metafora/metonimia)—>l’aria come rarefazione e dissolvimento) nell’essenza della creazione e citando Charles Baudelaire: “della vaporizzazione e della centralizzazione dell’io…”, si incentra e si realizza la dinamica psichica dell’esistere umano.

sasso 1“Più passa il tempo, più mi meraviglio del miracolo che è la vita e l’universo. Io, trafitto nella notte sotto il peso della pioggia cadente, al mattino mi risveglio e mi dissolvo nell’abbaglio di un raggio di sole.” (ranofornace)

rano 2Grazie dell’attenzione.

Pierdomenico Scardovi

foto in evidenza “foglia di Ginko”  di Federica Scardovi


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Pierdomenico Scardovi