Esecuzione d’artista: individuazioni remote (3)

 

“Il presente dell’arte è il suo anacronismo e se vogliamo ipotizzarla con idealità e prospettive differenti da quelle attuali, non potrà passare senza un rinnovamento dei principi della fruizione.”

(ranofornace)ranina picciina

 

Pierdomenico “ranofornace” Scardovi-Flowers In The Night– 1981 (file originale)

mela 3 si bianco nero

“Anche Newton se la scorda quella di Adamo.”-Trofeo – 1982

 

Vola

È giunta ancora la sera
fra quelle nubi a far da visita.
È giunta ancora… ed è lei
che a strappare il rossore dai miei veli
volge la vera guancia al giorno.

Volano i miei pensieri
sulla riva degli ammazzagatti!
Brezze merigge destano remote
ciprie ondulate alle rosee spine
sullo stagno di Ariabella.

Oh meravigliosa incoscienza!
Nella pozza dei sassi muschiati
fan festa cerchi di rane ubriache
guizzi predati volano a ciuffi sulla volta
della loro fulgida giovinezza.

Non oso pensare che nei tuoi occhi
cullino bave di ragni vagabondi
farfalle derise abbozzino acrobatici baci
e preghierine di lucciole sonnambulanti
brillino fra le sterpi assolate di maggio.

I miei pensieri fanno il rumore del tonfo
hanno il suono scricchiolante
del quinto gradino di una scala
che porta dove nessuno mi può trovare…
il lucernario frinente della soffitta piovosa.

Ed ecco… sullo sguardo del mio ritratto
colare a picco la fissità spleenetica del tempo.
Come frecce d’arcobaleno piovono
metronomiche gocce acquitribonde
incastonate da obliqui tratteggi di luce.

Trafitte dal freddo contenuto del buio
le parole ameranno il loro gelo.
Si! marionettesca d’acqua è l’ombra
balla perversa sui flutti dei miei affanni
fino al crepuscolo all’indomani.

Andrò a baciare un piccolo fiore solitario
sulla radura bagnata d’amaranto,
mi farò trasportare dalle arie pungenti
accarezzerò le messi addormentate
col viso intriso dalle ventose rugiade.

Svestirò la felicità dei suoi orpelli
e lascerò cadere le nudità dalle zattere
per leggerle in viso verdeggianti pudori.
Vedrò allora la sua brezza di fretta 
impigliarsi tra i rovi fuggenti del piacere.

Pierdomenico “ranofornace” Scardovi 1978

nota

Il mondo è stato già scritto e quello che si annida nei semi dell’arte ha molto a che fare col suo destino. L’arte oggi centra poco o niente con la “Repubblica” di Platone, tuttalpiù assomiglia al “Manoscritto di Nostradamus”. Cosa racchiude il mondo, se non il suo desiderio di liberazione? L’arte investe e attua questo desiderio, diacronicamente e anticipatamente sulla storia e sul costume, prima di tutto come acquisizione di un fatto mentale, nell’apertura dell’intelletto, nella liberazione dei sensi, delle emozioni e dei sentimenti, rischiando costantemente la faccia nel prevedere e indicare le strade dei mutamenti. Le conquiste ottenute nei secoli sulla sfera sociale, hanno superato da tempo la visione mimetica definita da Platone, quella che la menzionava come la fase più immatura della conoscenza (nella sua scala di verità prima venivano le idee, poi le cose e infine l’arte). Se ciò non fosse, non sarebbe il filosofo che sappiamo e noi che siamo comuni mortali per fortuna possiamo oggi godere di magnifiche “illusioni di verità” nel contemplare anche le opere della Grecia classica, mentre Lui, riferendosi alle opere artistiche del suo tempo ha abiurato quello che in qualche modo ha definito le “imitazioni di imitazioni“). Ma il progresso della ricerca umanistica ha fatto passi da gigante. C’è cultura nell’arte che tende e semina conoscenza nel buio della proliferazione globale del pensare, indifferentemente dal gioco di interessi socio-economici che la vorrebbero condizionare, perché è nella sua in/naturale evoluzione che ha acquisito nel corso dei secoli le proprietà necessarie e lo spessore conoscitivo per penetrare la realtà; reinventarla e guidarla nel futuro alla resa dei conti e alla verità dell’uomo, senza speculazioni e servilismi di  alcun genere. E per dirla con Dostoevskij: “L’arte salverà il mondo”.

“Le grandi opere d’arte, quelle che non si assoggettano a nessuna ideologia e tipo di controllo, distruggono intere visioni del mondo, violentano i sensi, invadono le menti e i cuori dei loro spettatori ipotizzando nuovi mondi e nuovi approcci cognitivi alla realtà, perché hanno come unico assunto la creazione e la contemplazione estetica come scopo e forma di conoscenza. A quel punto il loro compito si esaurisce, quando i “segni” impliciti ed espliciti prendono posto in nuove forme da loro pervenute”. (ranofornace)

Detto questo, prosegue il mio cammino filologico che, prendendo spunto dal mio operato si estende a considerazioni di carattere generale: morire sapendo che l’impensabile si realizzerà. Cosa? L’impensabile. Questo morire è nelle parole, volte ad acciuffare tutto il possibile senso della vita nella giovinezza, immersa nel pudore, nella segretezza sensuale del piacere in un luogo che  profonde libertà e isolamento dal mondo; tradisce qualcosa d’impensabile. Non sapremo mai, non immaginiamo neppure la millesima parte di ciò che il futuro riserverà a noi e ai posteri e dovremo convivere fino alla fine con questa virtualità in atto. Cercare di possedere la verità nell’immanenza della nostra soggettività è un po’ il vizio di tutti e perciò la verità di cui mi occupo è una sorta di lettura frammentaria dei livelli e delle sfaccettature della realtà che mi riguardano e a cui sono sensibile.

“Vola” è stata scritta nel 1978, è costituita da nove strofe da cinque versi liberi, alcuni dei quali si immergono nelle acque fermentose della vita, dove tutto accade dentro ad un contesto naturale marginale. Altri, nella penombra solitaria dei pensieri, velati da oscuri riflessi e ancora, un ritorno sui luoghi trascorsi. Veicolano tre momenti in due tropi essenziali. Il primo  si identifica con l’esternazione naturale dei sensi, ripresa nella sintesi finale come un traguardo, come unione delle emozioni con la ricerca interiore. Quello centrale della luce come idea introiettiva della dimensione appartata del giovane artista che scandaglia dentro se stesso lo spazio-tempo in cui risiedono le ragioni della propria verità. In definitiva, ciò che la poesia mette in causa è la collocazione e il senso del “valore”, che per tutti non si pone sulle stesse cose e non ha lo stresso utilizzo esistenziale. Ciò che vale nell’arte, spesso nella vita non ha riscontri, ma pur sempre l’uomo si rapporta al fenomeno arte, creando e/o fruendo. Questo succede in tutte le società e in tutte le culture, perché è attitudine dell’intelletto il selezionare significati, emozioni e sentimenti che trovano pertinenza e autorevolezza nelle opere d’arte proprio per la loro predisposizione all’attribuzione ed elevazione spirituale del fattore umano.

Il brano “Flowers In The Night” del 1981, si mantiene sulla costante emozionale psichedelica con un accento pop più marcato. Serenità, limpidezza  nostalgia, percorrono i passi di questo mio lungo incedere sognante, colmo di emozioni liquide e piovose di notti primaverili, dove alla finestra, veglie nostalgiche di tetti scoscesi scolano la loro malinconia nei fossati verdeggianti, in prossimità della calda stagione. Unica e improvvisata esecuzione chitarristica, costituita da una base arricchita da due sovra incisioni mai preparate prima. Come tutti i precedenti brani proposti, anche questo è un prodotto homemade eseguito in condizioni  tecnicamente precarie. Pierdomenico Scardovi (chitarre elettriche, basso, batteria, voce).

“Anche Newton se la  scorda quella di Adamo.” Trofeo1982, è opera concettuale e noumenica. Fra le varie denotazioni, fonda il suo equilibrio formale sulla legge di gravità  come elemento di straniazione; la mela invece di cadere a terra, fachirizza in bilico col suo piedistallo (scopetta). L’oggetto mela, aiutato dal sottotitolo, è protagonista di due contesti culturali inconciliabili; nel primo caso investe lo statuto simbolico per antonomasia (frutto proibito), nel secondo caso è il paradigma fisico di una constatazione scientifica (oggetto dell’esperimento casuale di Newton). E’ questa duplice connotazione rapportata all’evento estetico (unione con la scopetta), a provocare ironicamente (Adamo “ce la vedeva lunga… ” per come è andata a finire, forse quanto Newton) una nuova fase significante che per la decontestualizzazione e combinazione dei due oggetti potremmo definire “onirica”.

sasso nello stagno“L’assoluto non è la felicità, è qualcosa che va oltre… permette per un attimo, di avvertire il fondo angusto e impalpabile della realtà.” (ranofornace)

 

immagine in evidenza “Il mio cielo” 2009 di Serena Scardovi

Grazie dell’attenzione.rano 2

Pierdomenico Scardovi


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Pierdomenico Scardovi