Manfred Mann Chapter Three: Manfred Mann Chapter Three & Volume Two

 

dome punta di palata 2 014“In preda alla febbre da consenso

lascia da parte la sua follia…”

ranofornace ranina picciina

 

Manfred Mann Chapter Three-Travelling Lady

manfred mann 4Tanta acqua è passata sotto i ponti da quel lontano 1963, quando i “Manfred Mann’s”, la brillante formazione di rhyth-beat frequentava i club londinesi per suonare blues sulla scia del merseybeat scarafaggesco dei Monkees  assieme ai giovani Rolling Stones, un lungo cammino giunto fino ai primi anni del nostro secolo.
Nati su iniziativa del sudafricano Manfred Mann, l’occhialuto e corrucciato tastierista trapiantato in Inghilterra, hanno subito diversi cambi di nome e formazione nel corso degli anni, fino ad evolvere lo stile più di una volta.
La band partita col nome del suo leader, ha annoverato anche fra le sue file nientemeno che Jack Bruce, alla fine degli anni’60 mutò in “Manfred Mann Chapter Three”, nel 1972 dalle ceneri si trasformò in “Manfred Mann’s Earth Band”, biforcandosi nel 1979 in “The Blues Band” e nel 1981 in “The Manfreds”.

Fra la cospicua produzione della radice “Manfred Mann”, l’interesse si deve soffermare a parer mio, nel momento clou del loro interminabile cammino e cioè tra il 1969 ed il 1970, precisamente quello dei “Manfred Mann Chapter Three”, con due notevoli album, lo “same” del 1969 e il “Volume Two” del 1970. Due album strettamente legati, con una lieve differenza che li accomuna in un’unica esperienza.

manfred mann cover 1manfred mann cover 2Ho deciso quindi,  recensire questi due lavori perché  in Italia non esistono con mia sorpresa (o non ho trovato), recensioni a riguardo. Ed è inaudito il buco lasciato da certi siti specializzati in recensioni musicali di rock anni ‘60/’70, nonostante comprenda l’immensità di materiale da analizzare,  comunque puntando spesso l’interesse su cose trascurabili solo perché appartenenti a nomi di spicco, tralasciando invece ad esempio questo superlativo materiale nel dimenticatoio; ma sono passati più di quarant’anni…, è inconcepibile! Ed allora…

Manfred Mann (organo, tastiere), Mike Hugg (piano, voce), Steve York (basso, chitarra, harp), Craig Collinge (batteria), Bernie Living (sax alto, flauto), Brian John Hugg (chitarra acustica), Harold Beckett (tromba in “Time” album 1). Inoltre nel “Volume Two”: Dave Brooks (sax tenore), Clive Stevens (sax soprano, sax tenore), Senny Corbet (tromba), David Coxhill (sax baritono), Andy McCulloch (batteria in “It’s Good To Be Alive”).

Manfred Mann Chapter Three-Devill Woman

manfred mann 2I “Manfred Mann Chapter Three”, è stata una formazione rinnovata nei membri e nelle idee, il gemellaggio fra le tastiere di Mann e il piano di Hugg aveva caratterizzato buona parte della produzione precedente, ma è in questo breve frangente che emergono le loro doti tecniche con idee innovative. Siamo a cavallo dei due decenni più importanti di tutta la musica “popolare” e loro possedevano il background necessario per cavalcare l’onda  della “nuova era”. Gli album esprimono un sound convinto e deciso, composto di pop, free-jazz, progressive, equilibrato e corposo. Molti brani superano i cinque minuti, fatti per esprimere momenti di ricerca formalmente controllati e lucidi, dove l’imprevedibilità viene circoscritta dal rigore tecnico. Le registrazioni sono precise e nitide, dense e ricche di tonalità, le combinazioni dei fraseggi sono perfette, tutto scorre a puntino, a tal punto che dispiace avvertire una certa volontà a restare in superficie nel registro del pop, anziché addentrarsi nei meandri dell’estetica sognante dell’art-rock.

Manfred Mann Chapter Three-A Study In Inaccuracy

manfred mann 5Fra le altre cose nei due dischi emerge la magica voce di Mike Hugg, come quella di un “Golum tolkieniano” inquietante e indecifrabile, che avvolge le musiche di un’aura misteriosa e suggestiva,(sarebbe stata molto pertinente, alternarla  a quelle di Greg Lake e Gordon Haskell nei primi dischi dei King Crimson). Ricordo inoltre che Manfred Mann in questi due lavori mette in mostra  doti di arrangiatore raffinato, ma non la sua dote maggiore solo per una questione di scelte, infatti non mostrerà la sua abilità nell’uso del sintetizzatore Moog e dell’effettistica delle tastiere, che metterà a frutto negli anni a venire nella “Manfred Mann’s Earth Band”. Manfred Mann è da considerarsi molto probabilmente il più grande virtuoso di Moog al mondo.

manfred mann aggiungere 1Il primo album parte con “Travelling Lady”, un andante organistico sospeso fra la cornice della sezione fiati e la voce di Hugg, dove Bernie Living sfoggia il suo primo assolo free di sax. “Sankeskin Garter”, mantiene la virtuosità dei fiati del primo brano, mostra però l’assolo di Mann molto ben ricercato nel suono e quello del basso di Steve York, sul sottofondo pianistico di Hugg. “Konefut”, è un brano alla Nucleus, con la performance esoterica dell’organo distorto di Mann che dialoga coi fiati lasciando il posto alla rabbia orgiastica del sax free. “Sometimes”, è una ballata folk-pop rassicurante, dove appaiono le prime scale pianistiche di Hugg. “Devil Woman”, è un’alba confusa che si ricompone velocemente al canto magico e iniziatico di Hugg, un vero e proprio “Dr. John” circondato da riff fiatistici perfetti, fra canti sirenici pesta i suoi primi accordi alla Keith Tippett.

manfred mann 3“Time”, mantiene la stessa blanda andatura di altri brani, il bellissimo fraseggio dei fiati spezza la misteriosità del cantato, l’organo cadenza impietosamente i tempi,  aprono all’improvvisazione del flauto e all’unica apparizione della tromba di Harold Beckett. “One Way Glass”, è un rhythm-pop dal canto evanescente, ma ben impiantato nella sua struttura fiatistica alla “Hey Jude”. L’andante di “Mister You’re Better Mann Than I”, mostra i mugugnii delle tastiere e i fraseggi dimessi sulla tempistica di un basso corposo e presente, non mancano le dolcezze barocche del piano elettrico che incontrano le malinconie del cantato. “Ain’t It Sad”, è un breve acquerello pifferato vagamente alla Zappa-“Pepper’s”. “A Study In Inaccuracy”, ricorda ancora il prog-jazz dei Nucleus di Ian Carr, con una punta di follia in più, effusioni orgiastiche dei fiati che si ricompongono eclesiasticamente al levarsi di cori bianchi, finiscono per prendere il sopravvento. “Where Im I Going”, è il brano che chiude il disco, una canzoncina pop-jazz malinconica cantata divinamente dalla voce grattuggiata di Mike Hugg e addolcita dalle note aperte del suo piano alla Dave Brubeck.

Manfre MannChapter Three-Lady Ace

manfre mann 1 “Manfred Mann Chapter Three Volume Two” parte sulla falsa riga del precedente album; “Lady Ace”, mostra però uno stile più convinto, i suoni sono più forti e decisi, l’andante del piano elettrico e i fiati da trionfo aprono all’improvvisazione impazzita del sax alto in pieno stile Soft Machine, sotto un pululare di suoni petulanti e che si alternano ad accentuazioni d’ottoni di comando. La chitarra string 12 alla Genesis di “I An’t Laughlin”, mette l’ascoltatore in posizione di relax, per un intermezzo pop molto piacevole. “Poor sad Sue”, parte con durezza ed evolve in modo diversificato, planate soavi, sbandamenti free, solismi di piano, in una concezione prog. L’isolamento alla Nucleus di “Jump before You Think”, è solo l’inizio di un tribal-rock cacofonico e rumoristico, messo in riga dalla logica razionale dei fiati, segue l’esibizione di un sax soprano nevrotico che si perde da solo nel nulla. Il riff pianistico di “It’s Good To Be Alive”, funge da tappeto alla melodia pop  pinkfloydiana, ben arrangiata dai violini al mellotron di Mann che chiude il lato A del disco.

Manfred Mann Chapter Three-Jump Before You Think

manfred mann ritrattoApre il lato B “Happy Being Me”, il brano “libertario” di quasi sedici minuti, un mantra sirenico jazzato, ritmico e tribale in cui si alternano sul mono accordo, gli assoli di sax soprano e alto, ma l’organo lesliato di Mann rivela le sue notevoli qualità tecniche senza mai eccedere, pianoforte tippettiano e schizzofrenie al sax, fra sfondi di cori satirici, anticipano di qualche anno i “Centipede” di “Septober Energy”. “Virginia”, nella parte pop beatlesina si alterna alla follia jazz, contenuta nei parametri di una quadratura impeccabile ed un bellissimo organo sornione e graffiante, prelude al futuro esplosivo di Mann nella “Earth Band”, così si conclude l’esperienza “Chapter Three”.

Manfred Mann Chapter Three-Virginia

In quegli anni “progressivi” avremmo voluto ascoltare più “poesia”, con così tanta tecnica; per questo motivo gli album “chapter three” rimangono due (non o quasi) capolavori, tuttavia notevoli; è mancato un pizzico di genio e follia in più, o forse solamente più coraggio, per renderli degni di una collocazione al vertice assoluto dell’Olimpo progressivo.

Come ebbe a dire Mann, che il successo stabilisce le regole del farsi e legittima ogni scelta stilistica, non importa se non esaudisce a pieno le aspirazioni  di un artista, ma solo incontrare il gusto mainstream è motivo di gratificazione. Beh…. noi diciamo che la qualità ha sempre ragione, anche quando a volte si confonde nel consenso. I “Manfred Mann Chapter Three” dopo questi due dischi dovettero lasciare la Vertigo per scarsi profitti, dopo un paio d’anni cambiarono il nome in “Manfred Mann’s Earth Band” e si diressero verso un pop-rock potente e pulito, mostrando però ingegno compositivo, ricchezza di arrangiamenti e perizia tecnica-effettistica, da considerare senza alcun dubbio.

rano 2valutaz. **** / **** Pierdomenico Scardovi


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Pierdomenico Scardovi

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