La morte di Sergio Marchionne.

Ad uccidere il manager sarebbe stato un tumore maligno del tessuto connettivo, un sarcoma. I sarcomi rappresentano l’1,5 % dei tumori e la sopravvivenza media minima oggi è di 5 anni, dal momento della diagnosi e dell’inizio del trattamento, per quasi il 60% dei casi. Marchionne non si aspettava di morire, quantomeno non nei prossimi quattro anni, avendo esteso i suoi programmi fino al 2022. Doveva trattarsi di un intervento di routine, complesso ma non pericoloso per questo non aveva informato nessuno nè disdetto alcun tipo di impegno e tra l’altro era in cerca di una casa nei pressi di Maranello, volendo dedicarsi completamente alla Scuderia da gennaio 2019.

Aveva pianificato tutto, una pausa di pochi giorni per poi tornare immediatamente al lavoro. Marchionne, 66 anni compiuti a giugno, è mancato all’ospedale universitario di Zurigo dove era stato ricoverato il 27 giugno per un intervento alla spalla destra. L’ultima uscita pubblica del manager era stata due giorni prima del ricovero, a Roma, alla consegna di una Jeep all’Arma dei Carabinieri. Era già affaticato, chi lo ha visto quel giorno ricorda che parlava con difficoltà. Ma per lui, figlio di carabiniere, quell’appuntamento era irrinunciabile. È stato il suo ultimo saluto, per molti aspetti simbolico, la chiusura del cerchio di un’esperienza umana e professionale. L’Ospedale universitario di Zurigo, nel comunicato post-mortem, si è limitato a spiegare che Marchionne era loro paziente da più di un anno.

Melania Rizzoli, assessore in Regione Lombardia e medico chirurgo esperto in oncologia, ha provato a analizzare e spiegare, scientificamente, cosa può essere successo all’ex ad di Fca quando ha scoperto la “grave malattia” che lo ha colpito fino al giorno dell’operazione conclusa nel peggiore dei modi. Durante l’operazione il manager sarebbe stato colpito da una embolia che avrebbe determinato due arresti cardiaci, come trapelato in questi giorni. “L’ evento finale con il quale di fatto si certifica la morte fisica in tutti i decessi”, scrive la Rizzoli.

Ovviamente ogni “intervento chirurgico, anche il più semplice, di norma ha un suo rischio calcolato, per il quale oggi si richiede al paziente di firmare il consenso informato prima dell’anestesia, ma fortunatamente succede rarissimamente che ad un paziente si fermi il cuore e che il suo battito venga riattivato sul tavolo operatorio durante l’operazione, o che sviluppi un’embolia durante l’intervento, come pare sia accaduto a Marchionne. L’evento determinante la tragedia, in casi come questi, può essere un errore umano o un accidente vascolare o cardiaco non previsto, oppure un cedimento d’ organo, insomma quello che da noi medici viene definito una complicanza grave e non prevedibile, e che nel gergo popolare è tradotto con il termine di sfortuna”.

 

Di fronte a questo tragico fatto non possiamo che provare dolore ma anche un poco di rabbia: l’Ospedale Universitario di Zurigo non mi risulta essere nell’elenco dei Centri Europei per la cura dei Sarcomi ( EURACAN ) e gli svizzeri sono famosi per maneggiare bene il denaro, non il bisturi.
Non doveva finire così.


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Massimo Scalzo