IL GOVERNO CHE VERRÁ: IL GIOCO DELLE TRE CARTE

Il governo che verrà, ha due sole possibilità: essere di transizione, oppure, cosa più importante, essere un precursore del cambiamento. Cioè essere la base di un cambiamento politico, e quindi sociale, di questa, finora, Repubblica delle banane.

Perché – parliamoci chiaro – in Europa siamo ancora l’“italietta”, cioè l’italica regione piena d’iniziativa industriale, furbetta, ma senza alcun peso politico. Non perché incapace di averlo, ma perché da sempre mal governata, o meglio, soggetta a interessi particolari, piena di privilegi riservati a chi sta in politica, anche se trombato.

Un’Italia che si trascina da settantanni, una nazione piena di furbetti del quartierino, dove corruzione e malaffare dilagano, dove non trovi lavoro per il merito, ma per conoscenza di amici di altri amici. Se non conosci nessuno, trovi solo lavori che assomigliano alla schiavitù.

Negli anni ’70 i maestri potevano andare in pensione dopo 15 anni di servizio. Li chiamarono “baby pensionati”: il che è tutto dire. L’Italia dei sempreverdi signori della politica. Prendiamo, ad esempio, il signor Casini/Bordelli. È in Parlamento dal 1983: da ben otto legislature. Non ha mai lavorato un giorno nella sua vita. Un miracolato da Berlusconi; altrimenti un lavoro se lo sarebbe dovuto trovare. Passato per tanti di quei partiti che ormai non se ne tiene più il conto. Ebbene: lui, colui al quale dobbiamo il disastro Monti, lo stiamo pagando profumatamente da ben 35 anni, nonostante i risultati zero. Anzi, siamo ai numeri negativi: zero sarebbe troppo.

Questo è il classico esempio della classe politica italiana, lui e tanti altri non hanno prodotto niente di utile, hanno, al contrario, fatto danni a cascata, capaci solo di blaterare frasi di vuota retorica.

La premessa è che ha perso la vecchia politica, dalla prima alla seconda Repubblica. Hanno perso il Pd e soprattutto Renzi, e ha perso Forza Italia con Berlusconi. La politica sta cambiando. Attenzione, “sta”, ma ancora, nei fatti, non è cambiata. I vincitori di questa tornata sono Salvini e Di Maio. Se riusciranno a liberarsi della palla al piede rappresentata dai perdenti, forse, ripeto forse, potranno gettare le basi del rinnovamento italiano. Un rinascimento che ormai da troppo gli italiani attendono.

Certo, finché ci saranno i vecchi baroni della politica, tutti quelli sunnominati, sarà davvero difficile riuscire. Stanno sempre in mezzo, sempre in mezzo vogliono mettersi e sempre in mostra vogliono essere. Non intendono mollare e continuano a blaterare i loro inutili e interessati consigli e pareri. Gente che puzza di vecchio, praticamente zombie parlanti.

A questo punto, se Salvini e Di Maio giocheranno la partita nel classico metodo italiano, ci ritroveremo in mezzo al guado. Avremo la Repubblica due e mezzo. Ma se giocheranno la partita da veri vincitori, quali sono, allora sì che potrebbero gettare le basi della terza Repubblica. Poi è chiaro, da semplici osservatori che hanno firmato una cambiale in bianco, i cittadini possono solo sperare che stavolta le cose possano cambiare.

L’Italia non ha mai avuto dei veri padri fondatori, poiché tutti questi padri l’hanno sempre tradita. Forse aveva ragione lo statista austriaco Klemens Von Metternich, quando affermò: «L’Italia è un’espressione geografica». Lo si può dedurre da un’altra famosa frase di Massimo d’Azeglio: «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani». Stava e sta a significare che l’Italia, come nazione, non è mai esistita. Secondo voi i signori Casini/Bordelli, Berlusconi, Renzi, e tutta la compagnia di comici al loro seguito: potevano mai fare dell’Italia una Nazione?

Insomma, l’Italia è senza padri, e anche gli italiani sono dei figli di nessuno. E in una terra di nessuno viviamo, dove, però, tutti vogliono comandare.

Con amarezza pensiamo che, probabilmente, sarebbe stato meglio se l’Italia fosse rimasta una monarchia.


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Il Direttore Giuseppe Bartolucci