COME TUTTO EBBE INIZIO. PARTE 12

COME TUTTO EBBE INIZIO

Capitolo dodicesimo

In ogni modo il paese stava evolvendo sempre più e, in fondo, e per l’epoca, apparentemente non evolveva nemmeno male.

Si era evolvuta… ehm… evolui… (bah!)… formata (tiè!) una società discreta. Oddio, non è che proprio proprio ci fossero dei geni reali, ma almeno di gente che pensava di esserlo ce n’era tanta. Insomma sapete, è come quando nella savana crepa un elefante e tutti sono lì che mangiano. Così le iene, gli avvoltoi, gli sciacalli ecc., visto che mangiano a sazietà, pensano di essere diventati bravi a procacciarsi il cibo e siccome di carne ce n’è tanta, hanno quasi l’impressione che non debba finire mai. E poi, finito quello, può sempre morire un altro elefante no?!

Quindi, siccome i ‘suld’ arrivavano con discreta facilità, che bastava fare qualcosa e le tasse erano irrisorie, tutti spolpavano allegramente il cadavere: quale cadavere?

Stava avvenendo qualcosa che ancora non si sentiva nell’aria, ma che già aleggiava minacciosamente in alta quota.

I politici avevano cominciato a ‘mangiare’ più del solito e stavano soggiacendo sempre più al potere delle banche, che stavano impossessandosi anche della politica. Così il miracolo economico stava lentamente smiracolandosi: la carcassa dell’elefante si stava consumando. Arriverà, nel ’64, la prima flessione nella rinascita, quella che sarà chiamata ‘Congiuntura’…

Già, in pratica ben poco era cambiato nel perpetuo avvicendarsi dei corsi e ricorsi storici e la fondamentale ipocrisia per la quale a una cosa basta dare un altro nome per farla sembrare meno grave, è sempre esistita. Così invece di ‘crisi’ l’avevano chiamata congiuntura, e allora si stava meglio.

I politici si affannavano a dire che la colpa non era loro, ma degli italiani che si erano comportati male, della situazione internazionale, del petrolio, ecc., ma loro avrebbero provato a riparare i danni fatti dagli italiani. Come? Facendo pagare più tasse. In pratica la storia è sempre uguale, se l’autobus va fuori strada è colpa dei passeggeri, poi l’autista si rimette a guidare l’autobus scassato e manda il conto del carrozziere ai passeggeri.

Ma ancora i passeggeri i soldi per pagare il carrozziere li avevano, se la benzina costava di più ce la facevano, e la svalutazione della lira portava più turisti. Poteva comunque andare.

Poteva andare… Già…

Iniziava così il tollerante adattamento di sudditanza alla politica dei politici e della finanaza. Quei politici, ben scudocrociati, avevano imparato dalla religione: “Falli sentire in colpa e quelli non reagiranno.” Così come la religione ti fa nascere già in peccato e ti obbliga a un perenne ‘mea culpa’ (non si sa per cosa), allo stesso modo i politici ci daranno sempre la colpa per i disastri che combineranno.

Ma il turismo tirava, i tedeschi arrivavano presto: molto presto.

Infatti già ai primi di aprile si vedevano le prime automobili con l’inconfondibile targa tedesca. E mentre i Bellariesi ancora giravano con il cappotto, vedevi i tedeschi e le tedesche con i peli lunghi sulle gambe, fare il bagno in costume. E i bellariesi… rabbrividivano.

Saranno proprio gli stessi turisti, tedeschi e non, a dare una mano, dopo l’otto giugno di quel ’64, per riparare ai danni che un prototipo dell’uragano Katrina aveva procurato a tutta la costa.

Quell’otto giugno le coste emiliano romagnole e marchigiane vennero sconvolte da una tempesta di violenza tale che nessuno aveva mai visto da queste parti. Tutto quello che era sulla spiaggia venne spazzato via. A Igea Marina, per un lungo tratto, scomparve anche per metà, divorata dai marosi, la strada litoranea.

Allora tutti quanti, turisti compresi, si misero a lavorare per aiutare a ripristinare quello che era stato distrutto.

Per fortuna il turismo non era ancora stato improntato alla terza, quarta, quinta età e agonizzanti. Fosse stato così, oltre a riparare i danni, si sarebbero dovuti riparare anche i turisti.

Infatti Bellaria e Igea Marina, erano ancora, come si dice, ‘ridenti località’, dove lo svago era ancora ‘Svago’.

I giovani si incontravano nei locali e c’era la movida, anche se ancora non si chiamava movida ed era un po’ meno movida della movida.

La congiuntura lentamente si scongiunturò e l’ottimismo e la voglia di fare, che in realtà mai erano stati veramente intaccati, ritornarono a far sorridere. La situazione economica generale, non è che fosse realmente tranquilla, molti segnali avrebbero dovuto farlo capire, ma l’apparenza era stata salvata. Le riserve finanziarie dei privati erano consistenti e fungevano da ottimo ammortizzatore.

In questa società economica tutta tesa al profitto, dove tutti quelli che, secondo il concetto comune, avevano le palle e pensavano solo ad accumulare, costruire, espandere i loro domìni, c’erano personaggi che avevano compreso il vero senso della vita e la sua caducità. Il ‘Carpe Diem’ di Orazio magari non lo conoscevano, ma in qualche modo, e a modo loro, lo mettevano in pratica.

Uno di questi era Primo Vasini, detto Piròn. Su di lui, la sua vita e le sue imprese, ci sarebbe da scrivere un libro o farci un film.

La sua filosofia era proprio il carpe diem e, molto filosoficamente, si adattava al momento: se aveva ne godeva, se non aveva non si lamentava né rimpiangeva.

Forse un bel po’ della sua filosofia in tanti avrebbero dovuto, e dovrebbero, prenderla in considerazione. Sapeva godersi la vita e la vita la visse meglio di tanti, che per accumulare se la rovinavano.

Spiritoso, arguto, finemente ironico, usava questa ironia anche nei momenti più impensabili.

Donnaiolo impenitente, si racconta che un giorno un tale lo inseguisse brandendo, non so se un coltello o un bastone.

L’inseguitore gli gridava: “Fìrmti! Fìrmti! (Fermati! Fermati!)”.

Lui, sempre correndo, gli disse: “Mo fìrmti tè, c’un’t cór drì niséun! (Ma fermati tu, che non ti insegue nessuno!)”

Questo era Piròn, un tipo dal fisico tanto tosto, che malattie e problemi che avrebbero ammazzato un toro lo sfioravano appena, e che morì ultraottantenne in un incidente stradale. Già, altrimenti chi l’ammazzava quello?!

Continua.

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