GLI ULTIMI MITI

Parafrasando Schopenhauer: il mito come volontà e rappresentazione

Quante volte quelli che, ahimè, oggi hanno più di sessant’anni, ripensando alla loro infanzia e gioventù, considerano mitici quei tempi?

Nei favolosi anni sessanta e, perché no, anche settanta, tutto era diverso. D’accordo, erano altri tempi, forse anche perché il boom economico colse un po’ di sorpresa quell’Italietta appena reduce dalla guerra.

In quegli anni davanti ai giovani sbocciava un mondo entusiasmante. Nascevano nuovi miti: attori, cantanti di generi musicali di rottura con il solito melodico come i Beatles e il rock, Elvis Presley. La beat generation osservava la società con occhi disinibiti, attirandosi critiche, ma conquistando sempre più seguaci.

Entravano nel mito anche personaggi come Fidel Castro e il Che, Mao, e si diffondeva il movimento pacifista degli Hippy, “peace and love”. James Bond, l’agente segreto britannico 007, riempiva le sale cinematografiche con le sue avventure al limite della fantascienza e si rideva con la comicità esplosiva di Jerry Lewis. La televisione raggiungeva pian piano tutte le case e nascevano le radio libere. Si apriva un mondo nuovo, incredibilmente vivace, allegro, spensierato. Anche le guerre sembravano diverse.

Noi, che quei tempi abbiamo vissuto, ci siamo forgiati, forse anche illusi, grazie a quei nuovi miti che sostituivano i vecchi e stantii eroi mitologici delle vecchie leggende, modificando concetti e comportamenti. Giovani filosofie facili da seguire, non da comprendere, si badi bene. Un giovane sconosciuto americano, Andy Warhol, grazie all’uso originale della serigrafia fa diventare “icone” i nuovi miti.

Uscivamo da cupi anni di cultura infarcita da arcaiche regole ipermoraliste, e con il fine di raggiungere al più presto la maturità. Se guardate le foto degli anni ’40/’50, i quarantenni sembravano vecchi, anzi, erano già vecchi. I giovani li chiamavano “matusa”.

Quello che era rimasto pressoché immutato per decenni, cambiò in un lustro.

Non c’era internet e non c’erano naturalmente gli smartphone e quei personaggi venivano circondati da un’aura di mistero da cui trapelavano notizie incontrollate che stimolavano la fantasia. Grazie a questo sono nati i miti che ognuno ha potuto cullare, illudendosi della loro immagine e costruendosi un mondo tutto suo.

Quelli sono stati i veri, ultimi miti, che solo da quella magica combinazione alchemica potevano uscire.

Oggi, di quei miti, si generano solo dei surrogati che non reggono l’usura. Pochi riescono a sfondare il muro di effimeri sei mesi di gloria. Non ci sono più misteri, intrighi, ogni informazione, anche la più piccola è lì, quasi in tempo reale sullo smartphone. E’ difficile assurgere a mito quando di te si sa tutto, il mito vive nella leggenda, il piccolo dettaglio quotidiano, il gossip dozzinale, lo distruggono.

Stiamo perdendo il mito del mito avvolti e permeati come siamo dalla tecnologia. Ma la vita senza miti diventa misera, troppo razionale, insensibile, si perde la fantastica capacità dello stupore.

Sconfitte la religione e la filosofia, per compensare lo strapotere della scienza e contendere la sovranità alla tecnica e alla finanza, non rimane che tentare di cullarsi nel «mitopensiero».

Il mito non offre vantaggi, ma sogni, forieri di quella irrazionalità che illumina e irraggia di bellezza i volti e le menti. Il mito dona quei fondamenti che nutrono l’anima.

Il Direttore Giuseppe Bartolucci