Leonard Cohen “Il sogno di un artista”

“Soffermarsi lungo il sentiero della continuità, per leggere la vita sui grani di polvere.” (ranofornace)

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E’ morto ieri Leonard Cohen, il filosofo, il supremo poeta.

Il signore della canzone metafisica d’autore se ne andato all’età di ottantadue anni lasciandoci un cospicuo quantitativo di testi musicali. “Come un filo appeso al cielo”, le sue composizioni sono il frutto di profonde meditazioni sulla condizione umana affissa ad una paradossale nullità, su cui “scorrono gocce di pensieri” delicati e gentili. Verità bisbigliate con riservata evidenza, filtrate da un alto grado poetico, lo relegano come un caposaldo della canzone impegnata di tutti i tempi, uno dei massimi vate dell’era moderna.

Lo stile di Cohen, è una “ninna” greve e malinconica posta su un tappeto folk, che si estende lungo una carriera durata cinquant’anni, ha permesso ad almeno due generazioni di giovani e maturi di assaporare il calore e la dolcezza del “tempo soffermato”, in cui le cose vengono osservate da una insospettabile luce di distaccata saggezza. Ha trasformato a modo suo la musica in poesia e il contrario, evolvendo la figura del cantautore folk-contestatore sociale,  in cantore dell’individualismo intimista, così indipendente e personalizzato al punto tale di allontanarsi sempre più dalle scene.

Dalla sua corposa produzione ricordiamo il suo primo album “Songs of Leonard Cohen” del 1967, che racchiude all’istante tutto il mondo e il valore dell’artista, da cui preleviamo il primo brano che apre la scaletta, un brano del 1965, “Suzanne”, riproposto e inserito non per caso, il più  emblematico del primo periodo, che mette a nudo il registro sensibile su cui si pone la sua poetica musicale; rimane  forse il brano più bello e toccante, riproposto divinamente da Fabrizio DeAndrè, e poi “Hallelujah”, dal maturo album “Various Positions” del 1984, che ruota intorno a riflessioni filosofiche e religiose e che tutti ricordano nella struggente versione di Jeff Buckley. Due brani che collegano un arco di pensieri sulla vita e la morte durati vent’anni.

Per questo  e molto altro, è stato considerato fin da subito un Artista a tutto tondo di valore assoluto, perché fondamentalmente poeta, fino all’espansione musicale. Dalle  raccolte di poesie, ai  racconti, pubblicati negli anni in parallelo e in rifinitura di una condizione dell’anima sulla canzone, ha dato lezione e segnato la storia della musica del xx secolo. Per gli amanti del grande cantautorato, un chansonnier al pari di Jacques Brel, un Donovan canadese, un Dylan della “stanza interiore”, uno dei più influenti cantautori di tutti i tempi.

Grazie Maestro R.I.P.

Pierranina picciina

Leonard Cohen – Suzanne

Leonard Cohen – Hallelujah


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Pierdomenico Scardovi