Musica Senza: “Prima poesia del ricordo”

 

“Di chi, se non di te…

Pearls Before Swine-Old Man

porta 2Porta 1987

 

Prima poesia del ricordo

 

Stanza dall’altra casa

disteso di riflesso

rincorreva a parete la volta celeste

l’angelo dalle vesti di vento

della Vergine Annunziata.

 

Avrei voluto vedere il suo sorriso

scivolare di fretta sui petali di rosa

al primo raggio della strada

sfavillare nei suoi occhi

ogni mia pretesa d’amore.

 

Assorto nella tenue prigione

attendevo la cometa 

lance di oleandri uscir di porta

poggiare a schiaffi 

schiume di cirri pomeridiani.

 

Onde assolate del giorno d’estate

le 14 sul portale a raggiera

grappoli di glicine paziente

hanno varcato la tua soglia

mulinato pale d’ombra.

 

 Compiersi all’altare fiorente 

l’aracnide tessitura

sul dritto sentiero di narcisi

lo sguardo e la dolcezza all’orizzonte

non aveva nome condurre a te.

 

Larve d’insegne fugaci

muoversi attorno in gregge 

sui grattacieli della metropoli

fiorivano a distese le mie vertigini 

 e l’attesa fine della sua voce.

 

Avrei potuto rubare

tingere di ciano ogni sentimento

strappare farfalle al vetro i pioppi

il giorno a lei prima di tutto

e il suo angelo velato.

 

Pierdomenico “ranofornace” Scardovi  1975

 

nota

Quando parliamo di ricordi, parliamo anche di noi stessi o di qualcosa che ci appartiene, anche fosse una scena sola.

Ci sono fatti che non si sono potuti realizzare, legare magicamente fra loro o prendere posto vicino a quelli avvenuti, per comporre ancor di più quella “meravigliosa favola” che può essere la nostra vita e così anche i ricordi spesso si spezzano nella memoria e agiscono disturbati dalle assenze mnestiche che li relegano ad una ineluttabile prigionia.

La “Prima poesia del ricordo”, opera autobiografica di sette strofe da cinque versi liberi, definisce questo stato di cose, la sua dinamica fluttua fra descrizione, immaginazione, salti diacronici e sincronici. Io non so se “tutto questo” sia realmente accaduto e raccontato nella successione di causa/effetto a voi presentata. Il lettore non se ne renderà mai  conto di cosa tratta l’autore e tanto meno verificare l’aspetto della verità, che  ha qui il volto della finzione (o dell’illusione), del resto lo stesso Proust non era sicuro di aver “vissuto” con certezza sincronica, tutto quello che era andato a descrivere nella sua “Recherche”, ma egli ci insegna che la verità (l’arricchimento di fatti vitali) si identifica nell’atto diacronico di elaborazione psichica. Questa importantissima “operazione salvifica” fa parte del nostro patrimonio conservativo. Ma la “poetica” del sottoscritto del suo primo periodo, è fuori dai raffreddamenti razionalistici e dalle astrazioni formali dell’avanguardia italiana dei primi anni ’60 (gruppo ’63), seppure lo abbiano influenzato successivamente, piuttosto si allaccia ad una visione neo-decadente, post-simbolista, (con un taglio misurato fra elementi freddi e caldi), attraverso l’uso “personale” della sintassi (senza virgolettatura), che elude molto spesso la completezza concettuale, per virare nell’ambiguità del senso. Insomma, ho sempre cercato l’equilibrio fra “classicità” di contenuti e “modernità” formale.

La prima strofa è il dato scatenante della “memoria involontaria”, sviluppa le sequenze mnemoniche, tutta la poesia è un continuo uscire ed entrare, fuggire e tornare, sognare e vegliare, tra presenza e assenza, prima e dopo. Ma la questione più importante rimane l’alternanza fra l'”aura visionale” e il “rifugio nella parola”. Il poeta entra ed esce dalla poesia, varcando la linea di frontiera tra il ricordo che si abbuia e la parola che s’illumina, questo stato di continua incertezza lo accompagna costantemente fino all’ultimo atto della poesia e della sua personale vicenda. E qui dico che il poeta compie il suo proposito, quando l’uso consunto delle parole che varcano epoche, perdono la loro oggettività storica per adempiere al servizio personale del “compositore”.

Aggiungo, che l’aspetto misterioso di questa composizione scaturito dalla prima strofa, nasce da quello che Joyce chiamava “Epiphany”, un dato sensibile (situazione, profumo, suono, sapore, ecc.) che da via al “flusso di coscienza”, che qui si veste inizialmente di parole (ho in altra sede definito i passaggi creativi) (link) che vanno in aiuto e “alterano” esse stesse, le immagini collegate e seguenti.

rano 2“Porta”, opera del 1987, è un segmento di ritratto fotografico di donna, eseguito da me in camera oscura, va in aiuto al referente di questa “Prima poesia del ricordo”, “l’affascinante atto di conoscere, anche solo per un attimo, l’irraggiungibile bellezza”.

avrei potuto discorrere…”

Pierdomenico Scardovi

 

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Pierdomenico Scardovi