Riforma del Senato, del Titolo V e nuovo decentramento dello Stato sul territorio.

 

2c13182f033bf3c457134d3991c8d995887fda2f489c30268e2214adCaro Direttore,
i media ci stanno subissando di sensazionalismi sull’iter delle riforme che tentano, stante i vincoli costituzionali ed i rischi della “palude”, come ci si è abituati a sintetizzare i ritardi storici e l’incapacità di decidere dell’Italia, di avviare il percorso di riduzione della macchina amministrativa pubblica.
Se non fosse che il nostro Paese è così messo male, sarebbe anche divertente seguire artisti del calibro di Travaglio nel loro spettacolo quotidiano, capace di elevare quisquilie a titoli sensazionali del tipo: “si distrugge la democrazia” o peggio, per poi diventare testi dei suoi spettacoli a pagamento! Dall’altra parte emeriti costituzionalisti, filosofi e puristi della “vera” sinistra (peraltro sempre meno rappresentativa della società), che dalle loro poltrone, cattedre o tribune argomentano su cavilli senza degnarsi di contestualizzare la proposta politica che criticano. Cioè, non tengono conto dei decenni di ritardo con i quali oggi si prova ad affrontare questi problemi che, essi sì, stanno minando da tempo le basi della democrazia, allontanando i cittadini dalla partecipazione politica e sociale.

 
Sarà che sto diventando vecchio, ma trovo sempre più insopportabile che qualcuno mi voglia far credere che superare il bicameralismo perfetto e l’elezione diretta dei senatori, sia un problema per la democrazia di questo Paese. E ancora: tutto il polverone sulle preferenze, definite come sillogismo di libertà di scelta degli elettori, quando, almeno per la sinistra, queste sono sempre state giudicate fuorvianti e pericolose per le infiltrazioni criminali.

 
Queste cortine fumogene di conservazione dello status quo, non permettono di discutere il progetto complessivo e neppure sul perché, per la sua realizzazione, non si stanno utilizzando solamente le vie classiche e ci si meraviglia di questo!
Credo invece vada riconosciuto a Renzi ed alle forze politiche che lo sostengono, il coraggio di assumersi una responsabilità enorme e gravosa per realizzare il cambiamento che avrebbe bisogno del sostegno più ampio da chi ha a cuore il bene del Paese!
Vediamo un aspetto di questa “corsa renziana” contro il tempo, perché l’Italia di tempo per lunghe discussioni, purtroppo non ne ha più, se lo è già consumato tutto.

 
La riforma del Senato e la sua trasformazione in Camera delle Autonomie Locali, va letta come il primo passo di un riassestamento di tutta l’impalcatura del decentramento dello Stato sul territorio, che nonostante l’approvazione del Titolo V con l’aumento dei poteri alle regioni, è rimasta inalterata con la suddivisione per province ed ha contribuito al moltiplicarsi del contenzioso.
Le province esistono da che esiste l’Italia unita e molte istituzioni dello Stato si sono plasmate sulla loro esistenza. In primo luogo i Prefetti che sono l’emanazione del potere centrale, in particolare del Ministero dell’Interno, a livello locale. Stesso discorso vale per le Questure, organi della Polizia di Stato con competenza provinciale. Anche i Vigili del fuoco, i Carabinieri e la Guardia di finanza hanno una struttura organizzativa che si è modellata sull’esistenza delle province, come anche l’Inps, l’Inail, l’Agenzia delle entrate e gli Uffici provinciali del lavoro.
Una indagine dell’Istat di qualche anno fa, calcolava in oltre 110 miliardi di euro il costo di questo decentramento e sono tutte spese di funzionamento. Volendo semplificare, anche solo una riduzione del 20-30% di questi costi, sono più di una manovra di bilancio annuale.
Ma la riduzione dei costi effettivi alla fine sarà ben più consistente, poiché andrà ad incidere sull’efficienza complessiva del sistema favorendo risparmi diretti sempre maggiori, potendo destinare il personale amministrativo in esubero a coprire, ad esempio, tutte le attività dei corpi di pronto intervento senza dover utilizzare, come avviene oggi, propri operativi. Ma gli ambiti dove il personale è insufficiente possono essere molti: dalla scuola ai musei e ai beni artistici, dalla cultura alla promozione turistica, dai servizi sociali al miglioramento dell’assistenza domiciliare, ecc.

 
Parallelamente a questa riforma, occorre scendere sul livello degli enti locali, dove il processo degli accorpamenti dei comuni procede troppo lentamente rispetto al bisogno di risparmi e, contemporaneamente, di maggiori servizi e di più alta qualità. Qui, nell’ambito della riforma del titolo V, occorre introdurre norme che costringano alla gestione associata dei servizi comunali introducendo una soglia di almeno 50.000 abitanti, sotto la quale non è possibile (pena il taglio dei contributi) gestire i servizi comunali come singolo comune.
Ciò comporterebbe una rapida ristrutturazione delle attività degli Enti Locali che costruirebbe nuove entità con taglia dimensionale in grado di gestire adeguatamente anche le deleghe che prima svolgeva la provincia, oltreché quelle che potrebbe trasferire la stessa regione.
In questo modo, i Comuni potrebbero restare tutti, mantenendo quella funzione di presidio sociale e di identità territoriale, che l’Italia si deve e può permettere per la propria storia, ma dovrebbero cedere quote importanti di autonomia gestionale in capo alle nuove entità sovracomunali, per ridurre i costi delle tecnostrutture e semplificare la burocrazia.
Tutto questo, inoltre, trova coerenza con la Delega sul federalismo (L. 42) approvata qualche anno fa da quasi tutto il Parlamento e che, finalmente, permetterebbe l’introduzione dei “costi standard”, l’ultimo tassello di una riforma per l’efficienza, la lotta alla burocrazia ed all’evasione.

 
Un ultimo aspetto, va però affrontato ed è il fatto che non tutte le regioni sono in grado od hanno le carte inregola per godere di questa autonomia federale. Ma questo non può essere l’alibi che i detrattori del federalismo utilizzano per bloccare il processo. Una soluzione semplice esiste, basta metterla in atto ed altro non è che la modalità con cui la UE accoglie i Paesi entranti all’interno dell’Euro.
Il sistema si chiama del “federalismo differenziato” (l’Unioncamere Veneto ed altri Centri Studi, hanno già da tempo studiato e fatta conoscere la possibile articolazione della proposta) ed ha come obiettivo, quello di affidare gradualmente alle Regioni Ordinarie, le competenze che hanno già quelle cosiddette a Statuto Speciale, arrivando ad un regime identico in tutto il Paese, eliminando privilegi e disparità.
Si potrebbe agire in questa maniera: Lo Stato definisce i criteri e i requisiti necessari (di bilancio e capacità gestionale innanzitutto) per procedere alla assegnazione delle deleghe ed alla relativa gestione economico-finanziaria e, fintantoché non vengono raggiunti, restano nella titolarità del Governo che le continua a gestire tramite gli Uffici dei suoi Ministeri.
Insomma, una sorta di criteri Maastricht per l’accesso ed un Patto di Stabilità per la continuazione, a garanzia dello Stato e di noi tutti, che alla fine del processo, ci consegnerà una Struttura Istituzionale Federale con Regioni tutte uguali e con una pubblica Amministrazione ridotta, ma più articolata ed efficiente, grazie al controllo dei costi standard.

 
Caro Direttore, per regioni come l’Emilia Romagna, che hanno da molti anni un bilancio solido ed in pareggio ed una innegabile capacità amministrativa, l’attuale situazione costa circa 3.500 euro a cittadino l’anno di residuo fiscale attivo, cioè l’avanzo del nostro bilancio (entrate – trasferimenti) che ritorniamo allo Stato e che va a riequilibrare i segni negativi che registrano specialmente le regioni meridionali. Sono circa 14-15 miliardi di euro all’anno (ca 70 milioni per BIM) che, da almeno 20-30 anni, “regaliamo” al resto del Paese. Come noi fanno la Lombardia, il Veneto, il Piemonte ed in misura minore le altre regioni del centro nord e qui ci stanno molte delle ragioni che in questi anni hanno giustificato e sostenuto la realtà del voto leghista.
I ritardi nell’affrontare queste riforme ci hanno costretto, come regioni del centro nord, dal 2008 ad affrontare una crisi gravissima, lasciando tutto il nostro apparato produttivo senza sufficienti risorse per sostenere gli investimenti necessari a far fronte alle difficoltà.

 
Mentre il nostro popolo ne produceva ben di più! Si pensi che quell’ammontare corrisponde al costo di due sistemi sanitari regionali! Se dall’inizio degli anni duemila si fossero introdotti i costi standard, chiuso il rubinetto del pagamento piè di lista dei debiti e gestite le difficoltà e le contraddizioni, ora saremmo in una situazione molto migliore per tutti e, probabilmente, fatto salvo l’ovvio contributo di solidarietà per il riequilibrio nazionale, parte di quelle risorse sarebbero potute tornare nelle disponibilità dei cittadini emiliani romagnoli, per abbassare le tasse locali, ad esempio!
Ma se ci ricordiamo, anche allora ci si scontrò con opposizioni del tipo: “non si può fare il federalismo senza un disegno organico di riforma costituzionale”! Senza riconoscere la realtà delle possibilità della politica italiana!
La fiducia che i nostri cittadini hanno dato a Renzi nelle ultime elezioni, è inequivocabilmente un forte e, probabilmente, ultimo appello a fare le riforme decisamente e velocemente! Semmai, qualcosa che verrà fuori non perfetto, lo si aggiusterà in corso d’opera.
Io sono uno di quei cittadini e non sopporto più chi si paraventa dietro logiche “benaltriste”!
Il Paese non può più attendere!

Gabriele Morelli

Il Direttore Giuseppe Bartolucci