Intervista a Pierdomenico Scardovi

domenicoA cura di Giuseppe Bartolucci

“Prima d’iniziare la tua intervista Barto, vorrei chiederti perché hai deciso d’intervistarmi.”

Ah sei forte…. cominciare un’intervista facendo tu la prima domanda, ma hai ragione a chiedermelo, il motivo è semplice penso che tu sia l’unico vero artista “a tutto tondo” di questa città da lungo tempo. E ritengo di continuare il discorso lasciato in sospeso da Elisabetta Santandrea nella sua intervista su “Il Nuovo” «La sensazione del reale». Il viaggio continua all’interno delle altre arti che tu frequenti, un armonico intreccio fra le arti figurative, la musica e la poesia.

Ok, una responsabilità che ti prendi tu Giuseppe, (amicizia a parte) ne subirai le conseguenze.

Pochi in questo paese sanno chi sei veramente. Ti pesa? E quanto è importante farti conoscere per le cose che per te contano di più?

Per nulla, ormai alle soglie dei 60 anni, cosa vuoi che mi pesi? Al limite ci dovevo pensare prima, ma non mi sono mai preoccupato più di tanto. Le conoscenze spesso avvengono per puro caso e non si possono attribuire colpe a nessuno, non mi sento un “artista incompreso”, ho sempre goduto del mio fare, senza aver avuto bisogno di una particolare comprensione altrui. Presuntuoso? (forse…), ma ho avuto e ho tutt’ora dei validi riferimenti interpersonali dentro e fuori paese. Io vado avanti per la mia strada e questa è l’ultima delle mie preoccupazioni.

E in ambito nazionale, ti pesa di non aver sfondato in nessuna delle tue attività artistiche?

Una volta forse. Ma vedi, dovevo subito buttarmi nella mischia, ciò voleva dire sacrificare molto, a differenza di alcuni miei amici che avevano poco da perdere. Io ho sempre avuto un lavoro “sicuro” a casa mia a cui non ho saputo rinunciare. Ma un “riconoscimento ad alti livelli” oltre che avere le carte giuste, deve passare per certi canali che devi saper individuare o imbatterti. Questo è riferito al momento opportuno e gli anni ’70 erano ancora perfetti per tentare una simile avventura, specie per la mia generazione. Io, come tu sai, non ho saputo rinunciare alla “pappa pronta” preparata dai miei genitori, questo è ciò che mi ha veramente “fregato”, non ho alibi a riguardo e riconosco la mia “poca determinazione”.

Cosa pensi del nostro paese culturalmente?

Penso che il paese sia come tanti altri, una cassaforte di valori umani e culturali, non molto esplicati per la sua tradizionale refrattarietà alle cose artistiche e culturali, a differenza dei dintorni come Rimini o Cesenatico, per non dire dell’interno. Bellaria ha sempre avuto una certa tendenza alla ristrettezza, specie verso i suoi cittadini, ora forse va un po’ meglio, ma siamo ancora lontani dalle esigenze reali di una certa fetta della comunità. Per quanto mi riguarda, cerco ora una “riconciliazione” con il luogo in cui sono nato e cresciuto, ma senza rinunciare a me stesso.

Ma ci sono artisti validi in paese?

“No comment”. Ci sono sicuramente artisti in paese. Però penso che Bellaria possa contenere delle sorprese, inoltre ho imparato ad apprezzare nelle persone i diversi livelli qualitativi delle loro capacità tecniche e artistiche.

 Cos’è l’arte per te oggi?

Domanda impegnativa che necessiterebbe di molto spazio, comunque ti rispondo che tutta l’arte oggi ha perso molto della sua natura peculiare e cioè quella spinta innovativa insita nel linguaggio artistico che ha contraddistinto il secolo scorso. Per buona parte del XX secolo, sia che parliamo di   pittura, scultura, arte concreta, architettura, teatro, musica, poesia, narrativa, cinema e che dir si voglia, è stato la più grande fucina d’innovazioni del linguaggio artistico. Ora  siamo da diverso tempo immersi in un rimpasto, una sorta di citazione didascalica, non per questo senza fascino. Le tecniche sono “migliorate”, specie per l’architettura, la musica, il cinema e la fotografia che presentano una loro evoluzione di forma, ma anche di sostanza dovuta all’impiego di nuovi materiali, all’adeguamento a nuove esigenze ambientali e alle scoperte tecnologiche, elettronica inclusa, tutte però pagano pegno non da poco verso il passato; per la letteratura, la poesia e il teatro, sempre parlando di linguaggio specifico, alla fine degli anni ’70 già, avevano dato il loro meglio; ed anche la pittura, la scultura, l’arte concreta e concettuale hanno concluso il loro compito principale alla fine degli a anni ’80. Basti a pensare, senza fare qui della storia dell’arte, che le installazioni attuali sono tutte figlie delle “rappresentazioni”concettuali di Joseph Kosuth e Joseph Beuys. Per farmi capire meglio, se dovessi scegliere ad esempio fra l’arte che va dagli anni ‘60/fine ’70 o quella dagli anni ’80/ primi ‘010, non avrei dubbi, opterei per il primo blocco, per una questione di freschezza di contenuti, soprattutto. Ma ora “Mai dire mai”, consoliamoci con la qualità estetica e con un modo nuovo di fruire.

Come ti definisci?   

Mi definisco un artista con l’hobby del mio lavoro che svolgo d’estate. Di questo ne sono convinti anche gli altri, specie gli amici che contano, ma un artista anomalo, preferisco essere “nessuno” che una “mezza calzetta”, questo ragionamento racchiude tutto il mio destino di uomo e di artista.

Non pensi di essere poco umile o forse insicuro dei tuoi mezzi?

Mah, forse… Sicuramente troppo esigente nei miei confronti.

 Bella questa! E gli altri, i restanti, come pensi che ti vedano?

Cosa vuoi che pensi a riguardo? Per tutti, nel mondo e nella vita, ci sono quelli che ti ammirano e quelli che ti detestano, ma i peggiori sono certamente quelli a cui risulti indifferente, anche perché ho sempre considerazione del prossimo.

Che genere d’artista sei?

Uno che ha messo davanti a tutto l’arte, come scopo principale della propria vita un gradino sotto ai propri affetti famigliari, ma non potrei vivere senza le mie attività, non sarei me stesso e non riuscirei a riconoscermi. Vedi… per me creare è una necessità vitale, un bisogno quotidiano, è come mangiare, dormire ecc., tutto si mescola coi ritmi della giornata, la mia dimensione artistica mi accompagna ovunque in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, è stato sempre così.

Si, ma so che nella tua ricerca artistica ti sei mosso su fronti eterogenei, quali sono e perché?

Semplice, non mi è mai bastato esprimermi in una sola disciplina, ho sempre sentito che era insufficiente per la mia sensibilità, dovevo alimentare la mia “sopravvivenza” operando su più fronti, conoscere me stesso e i miei limiti ed anche per la natura stessa del linguaggio artistico nelle sue  specificità, che mi ha sempre molto affascinato. Si, ho iniziato contemporaneamente con la musica e la pittura, poi maturando mi sono addentrato nella poesia visiva e poesia tout court.

Se tu dovessi sacrificare le tue ricerche per una sola disciplina artistica, quale sceglieresti e perché?

No, assolutamente non riuscirei a rinunciare a questo vortice pluridimensionale, al limite posso dirti che comporre pezzi musicali soddisfa il lato più immediato e istintivo del mio essere, che mi ha portato ad esprimere le mie qualità musicali naturali, la pittura è stata per me e lo è anche tutt’ora, una fonte di ricerca e riflessione meravigliosamente sofferta, ma ricca di soddisfazione. L’impiego della grafica e del colore unite al linguaggio scritto mi ha permesso invece di sondare territori sconosciuti di me stesso, come la poesia del resto. Insomma, non potrei rinunciare a niente di tutto ciò.

 Quali sono i tuoi riferimenti artistici, musicali e letterari?

Altra bella domanda, dovrebbero dirmelo gli altri, ma se proprio devo, tralascio un’accozzaglia insulsa di nomi. Posso dirti che da sempre vivo in compagnia dei miei fantasmi musicali, artistici, e letterari, aldilà degli interessi specifici, una sorta di cimitero mitico che frequento mentalmente in ogni ora e in ogni dove.

Dai, facci qualche nome.

In musica, sul piano del cantautorato psichedelico, sicuramente Tim Buckley e Roy Harper hanno devastato la mia anima, come chitarrista uno su tutti e mi riferisco a “Lui, il Divino, l’Angelo nero di Seattle”, colui che a parer mio non è mai morto, ma “ Dio lo ha solo chiamato per farsi dare qualche lezione di chitarra” e sai a chi mi riferisco. In pittura Paul Klee e Piet Mondrian, sono state le figure guida del mio primo periodo, poi Antoni Tapies e Jean Fautrier per l’informale, Josef Albers, Mark Rothko, Ad Reinhardt per la ricerca minimale e sulla luce, Giulio Paolini per la parentesi concettuale, ma ripeto, non sono gli unici. In poesia visiva invece sono partito dalle esperienze surrealiste, dadaiste e futuriste, arrivando fino all’avanguardia italiana dei primi anni ’60 e per la poesia in senso stretto sono partito dal simbolismo francese con Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé, quindi Charles Baudelaire e poi anche la poesia americana con Allen Ginsberg, Gregory Corso e quella del gallese  Dylan Thomas, senza dimenticare il visionario William Blake, ed il rispetto per i nostri Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale. Mi hanno molto condizionato certe specificità linguistiche e sistematiche provenienti dalle opere di Ezra Pound, James Joyce e Marcel Proust, che sono state le mie letture preferite negli anni ’70. Insomma, anche in poesia il mio interlocutore principale è la poesia stessa, con cui mi sono sempre misurato, oltre naturalmente me stesso, un “flusso di coscienza” o meglio d’”incoscienza” riorganizzata a mia misura, il cui referente è un “vuoto” da colmare. Devo dire inoltre, che tutto il mio operato artistico è stato condizionato dal taglio critico delle mie riflessioni acquisite dalle letture di saggi strutturalistici francesi e tedeschi. Scusa la prolissità, ti è sufficiente?

Ti ritieni un artista prolifico? Mah…che ti devo dire? Vuoi i numeri?

Sì dai, dacci qualche numero.

Considerando che per la musica ho iniziato nel 1967, direi circa 400 registrazioni di pezzi vari cantati e strumentali “fai da te”, che vanno dalla psichedelica al blues al folk al rock, una sorta di Bevis Frond della Romagna. La pittura iniziata nel 1972, conta circa 200 lavori, senza considerare i disegni vari, acquerelli, progetti con materiali disparati. Le prove di poesia visiva invece sono racchiuse in 16 fascicoli da 50 pagine l’uno e le poesie in senso stretto sono circa 250. Considerando un lasso di tempo di oltre 40 anni, non mi sembra molta roba, ma va bene così. C’è da dire che in quest’ultimo anno, il tempo l’ho impiegato quasi tutto a scrivere recensioni musicali, 36 fin’ora, sparse nei vari siti, ma solo in belligea news firmo col mio nome e cognome, altrove utilizzo uno pseudonimo che tu “Barto”  non spiffererai in giro, almeno spero.

Mi sembra di ricordare però, che tu anni fa sia stato l’artefice di un’azione abbastanza eclatante in paese, ti risulta?

Alludi forse al “Capanno delle libere opinioni”? Si, proprio quello.

Negli anni ’80 ebbi l'”infelice” idea (secondo i punti di vista) di collocare un vecchio capanno da spiaggia in legno, nel mezzo della piazza centrale di Bellaria per una settimana, una specie di confessionale di massa dove tutti potevano andarci dentro ad affiggere foglietti coi loro pensieri. La prima bacheca pubblica anonima proto- internet. E com’è andata?

Lasciamo perdere… Fu praticamente “il primo vespasiano centralizzato della storia”. Non ti lamentare, hai compiuto un servizio d’utilità sociale e poi è sempre un primato, dovresti andarne fiero.

Ahahahahahahahhaha, grazie!

Politicamente come ti definisci?

Guarda, questa è una mia pecca, non sono mai riuscito a condividere  sentimenti di gruppo o tendenze di massa. (a parte l’ideologia naif del movimento giovanile sessantottino). A cominciare appunto dal ’68, la mia conflittualità ideologica più che idealistica non ha mai avuto pace, ti dico però che il mio pensiero si è sempre rapportato a quello degli altri, tralasciando gli interessi sfacciatamente personali per comprendere, almeno credo. Ho delle convinzioni frammentate ma abbastanza sicure, politicamente sono sempre stato combattuto, ho trovato del buono e del cattivo in tutte le posizioni politiche, valori da condividere o meno nel corso degli anni. Spiegati meglio. Insomma, mentre gli altri rivendicavano i loro diritti, io sono sempre rimasto ai margini, concentrato nelle mie cose, ma attento a quello che succedeva senza però individuare il mio antagonista.

Ma non hai mai pensato che i diritti degli altri potessero essere anche i tuoi, ed anche adesso?

Hai ragione, ma non me la sono mai sentita d’impegnarmi di persona per una causa comune, la mia autarchia di pensiero e di mezzi me l’ha sempre impedito. Non sarai affetto da “qualunquismo”? Si, ma togli l”ismo” per favore, mi da fastidio. Ok passiamo ad altro.

Cos’è per te l’amicizia ed è importante?

Ti liquido in poche parole, come dicevano nel film “Love Story”, amore significa non dover mai dire “Mi dispiace”, allora, per me amicizia vuol dire “Non chiedere mai”, l’amicizia è importantissima, ma si basa sul principio sacrosanto di scambio e libertà, senza doveri e obblighi a priori, in più l’amicizia come l’amore, i rapporti di lavoro e sociali, deve avere nel rispetto reciproco la sua  prerogativa principale, penso niente di trascendentale e qui mi fermo.

 Dove ti ha portato l’arte e quanto ti ha arricchito come persona?

Devo tutto all’arte, lasciando da parte gli affetti. Dove mi ha portato e dove mi porterà non lo so, certamente fin’ora mi ha reso libero e questo è ciò che più conta, poi in definitiva sono sicuro che fare arte sia la ricetta taumaturgica più efficace che esista al mondo ed anche l’unico mezzo per raggiungere la “salvezza”, più di ogni filosofia o religione. L’arte conserva in se il mistero della creazione e della conoscenza ed esplica la verità e la finzione nel modo più misterioso e piacevole che ci sia, ti pare poco?

Si, ma allora tutti quei miti rock che se ne sono andati per mano loro cosa hanno imparato dall’arte, e perché questa non li ha salvati?

Caro Barto, sai meglio di me che Jim Morrison o Jimi Hendrix se ne sarebbero andati lo stesso anche senza la loro arte. Per campare, in teoria occorre condurre uno stile di vita auto conservativo, io intendo poi dire che l’arte salva l’anima ed è una percezione costante giorno dopo giorno .

Vuoi dire allora che noi comuni mortali siamo spacciati?

No, mi spiego meglio, l’arte per “l’artista” è l’unico modo per salvarsi, chi non vive d’arte non ne ha bisogno, quindi opera la propria salvezza in modo diverso, sempre che ci riesca.

Scusa, ma cosa significa salvarsi?

Salvarsi significa avere coscienza di aver fatto tutto il possibile per conoscersi e conoscere, una pratica che dura tutta la vita.

In ultimo voglio chiederti, cosa ti da veramente fastidio?

Sono abbastanza tollerante, ma non sopporto prima di tutto chi se ne approfitta dell’inferiorità altrui, poi la sopraffazione verbale e intellettuale, chi alza la voce, la cafoneria e l’arroganza di chi ti vuole mettere a tacere a tutti i costi. Ed anche chi non sa ascoltare…

Grazie Pierdomenico, è stato un piacere intervistarti, molto di quello che mi hai detto già lo sapevo, ma mi premeva offrirti questa’opportunità per farti conoscere meglio alla nostra comunità, tipi come te, della tua qualità proprio non ne ho mai visti in città, ci saranno forse, ma stanno ben chiusi al riparo.

 Però ci devi omaggiare di qualcosa delle tue registrazioni.

Per la sede in cui siamo e  per ringraziarti della generosità d’animo che ti ha sempre contraddistinto,  ti concedo questo file, è una canzoncina registrata da me negli anni ’90, creata appositamente per il più grande amore poetico della mia vita, Arthur Rimbaud. Ho musicato, suonato e cantato la sua poesia intitolata “Sensazione”, scritta nel 1870 a soli  sedici anni, il testo è immacolato. Traduzione di Clemente Fusero del 1955, nella prima edizione Dall’Oglio “I Poeti Maledetti”, un libro di tuo padre, Bartolucci Sergio, che tu mi regalasti nel 1968, tutt’ora lo custodisco gelosamente fra i miei oggetti più cari. Grazie Giuseppe.

Pierdomenico Scardovi-Sensazione

http://www.belligea.it/opere-darte/  di Pierdomenico Scardovi

Il Direttore Giuseppe Bartolucci