La Dea Igea profanata.

Quella statua collocata all’ingresso di Igea Marina, considerata dai più indecifrabile e voluta da quest’amministrazione per caratterizzare appunto l’ingresso a Igea non ci ha mai convinto e per questo abbiamo cercato di documentarci. (Le foto che vedete nell’articolo espongono quanto leggerete più sotto)

In primo luogo e in un Paese democratico le opere d’arte d’interesse cittadino sono in genere soggette a gara e al giudizio di una giuria di esperti e riteniamo sia doveroso, anche di una rappresentanza di cittadini.

Cominciamo dal  valore “artistico“. Dopo aver consultato alcuni esperti e storici dell’arte. il giudizio unanime è disarmante  In poche parole nessuno ci ha visto dell’arte in questa opera pur con tutto il rispetto per l’Autore…. – più sotto la la recensione  dell’opera che consigliamo vivamente di leggere – Ci domandiamo a questo punto chi ne sia stato il committente. Quindi sorge spontanea la domanda: chi ha approvato quest’Opera? Una commissione fatta di esperti d’arte mi sembra di poterlo escludere, o al solito è forse una decisione del Sindaco e della giunta che sicuramente sanno di Politica ma testè han dimostrato di saper ben poco di Arte? Sarebbe interessante chiarire questo punto, come del resto conoscere anche esattamente la spesa sostenuta, considerato che gira da più parti la voce di un costo di circa 20.000,00 (ventimila) Euro. Oltretutto l’opera è in due pezzi e non in un unico blocco di marmo, cosa questa inaccettabile nell’arte sia per un discorso puramente formale, sia per il valore intrinseco dell’opera.

Igea  Musei VaticaniChiunque siano stati questi “Illuminati” di Igea Dea della salute non ne sapevano assolutamente niente – la storia di questa Dea la potete leggere più sotto – non sapendone niente ignoravano che la Dea Igea è sempre stata rappresentata con un serpente, e questo sia nell’antichità sia in epoche piu moderne, sia nelle statue sia nelle opere pittoriche. Puntualizzato questo è facile evincere che la statua collocata all’ingresso di Igea Marina può rappresentare qualsiasi donna -può rappresentare al massimo e molto malamente l’eterno femminino, ovvero un omaggio – discutibile artisticamente, per tutte le donne… – ma non certo la Dea della salute, essendo priva di abiti  e mancando il simbolo che l’accompagna sempre, appunto il serpente.

Perchè il serpente? Il serpente è uno dei più vecchi e più diffusi simboli mitologici, essendo presente nella maggior parte delle culture con significati simili. Le caratteristiche del serpente che hanno stimolato nell’uomo la sua associazione a temi sovrannaturali sono numerose: oltre alla completezza dall’immagine a cerchio del serpente che si morde la coda,  il suo veleno è associato, come le piante e i funghi, al potere di guarire, avvelenare, o donare una coscienza espansa se non addirittura l’elisir di lunga vita. Il suo cambiare pelle lo rende inoltre un simbolo di rinnovamento e rinascita che può portare all’immortalità.

Igea o ‛Υγίεια, o Uyīa senza l’H, spesso è stata raffigurata sotto l’aspetto di una giovane donna prosperosa, nell’atto di dissetare in una coppa un serpente, in un’altra raffigurazione era seduta su un seggio, con la mano sinistra appoggiata ad un’asta, mentre con la mano destra porge una patera (Patera è  un piatto ampio e poco profondo, usato in antichità per bere, soprattutto in un contesto rituale) ad un serpente che, lambendola, si innalza da un’ara posta davanti alla dea.

igea 5Quindi sono stati spesi soldi pubblici per una statua dal dubbio gusto artistico – e non per la nudità – senza che essa rappresenti davvero la Dea Igea… complimenti quindi all’amministrazione per avere cambiato la storia di questa divinità ellenica in seguito anche adottata dai romani. Mi domando se sia il caso di vantarsi per aver realizzato tale Opera: bastava aprire un qualsiasi libro di storia dell’arte per sapere che per rappresentare la Dea Igea non poteva mancare un simbolo importante, il serpente, ovvero come rappresentare Zeus senza fulmini in mano o Apollo senza l’arco! Chi è chiamato a decidere dovrebbe non dico farsi una cultura, ma almeno aprire un libro (o una pagina Internet), tenendo sempre ben presente il motto: conoscere per decidere.

Chissà se chi ha la paternità di quest’opera si andrà a nascondere dietro lo stesso albero dove si è nascosto Fonti (il padre dello streaming)?

La recensione dell’opera:

«Sul piano strettamente formale, la scultura non è nè carne né pesce, e in un paese di mare la cosa conta, la figura manca di una sintesi completa e coerente, dato che abbiamo oltrepassato il secondo millenio, si poteva, se si voleva qualcosa di estremamente stilizzato, ricorrere agli insegnamenti ad esempio dell’arte preistorica o sumerica (maestra di sintesi formale), cioè stilizzare con decisione senza fronzoli allusivi al reale (figura femminile) appartenenti a certa scultura consumistica che ha  come scopo primario, il non mettere in imbarazzo il popolino (considerato da sempre una massa ignorante in materia artistica), ovvero deve essere accettata per quella che è senza indugi. Un assaggio “d’arte moderna” che di moderno non ha niente ormai ai giorni nostri, o si optava per una figura allegorica, molto più anatomica e portatrice di quegli elementi metaforici dell’iconografia classica, (il serpente, appunto), oppure risolvere la questione con una cosa decisamente astrattizzata, in cui i valori formali della scultura moderna, che sono sempre gli stessi di quella classica, (plasticità, linea, volume, forma, ecc.) erano sufficienti a definire se si vuole, la morbidezza e la bellezza insita nella figura femminile. Un estratto delle qualità umane o divine, insite nella materia. ma come al solito, quando si sceglie qualcosa per il popolo, si va sempre a cadere nel banale e nel retorico spicciolo, che mette tutti d’accordo. Le grandi idee, come la grande arte (senza bisogno di spendere follie) veicola messaggi all’inizio, poco comprensibili, ma col passare del tempo i loro semi stimolano a nuovi  frutti. Qui invece si torna indietro, ci si crogiola nel basso consumo, come al solito con qualità estetica non eccelsa.»

statua

“Abbiamo voluto simbolicamente inaugurare la rotonda in occasione della Notte Rosa”, spiega l’Assessore ai Lavori pubblici Michele Neri, esprimendo “una particolare soddisfazione per il risultato ottenuto: uno snodo che in precedenza era anonimo, diviene ora centrale e identificativo. E’ positivo l’aver già visto in poche ore, molte persone, turisti ma anche residenti, scattare foto di fianco alla statua: crediamo ora di avere a Bellaria Igea Marina un luogo originale, bello a vedersi e caratterizzante.”
Per caso l’Assessore Neri è uno degli “illuminati”?

Breve cenno storico:

Divinità salutare ellenica; personificazione della sanità fisica e spirituale, elevata a divinità e ritenuta figlia di Asclepio. Ebbe culto, associata ad Asclepio e anche sola, specialmente nell’età romana. Il suo attributo è il serpente.
Figlia di Asclepio e di Epione (o Lampezia), è la dea della salute e dell’igiene. Nella religione greca e romana, il culto di Igea è associato strettamente a quello del padre Asclepio, tutelando in questo modo l’intero stato di salute dell’individuo. Igea viene invocata per prevenire malattie e danni fisici; Asclepio per la cura delle malattie e il ristabilimento della salute persa.
Nella mitologia romana, Igea viene indicata come Salus o Valetudo, sinonimi, in latino, di (buona) salute.

Ciò che segue è tratto dall’Enciclopedia Treccani

Si tratta di una personalità divina che corrisponde a una idea astratta, la salute, l’equilibrio e l’eccellenza del benessere fisico: di conseguenza come personaggio I. si presenta in aspetti statici e come in una sola dimensione, restando al di fuori di qualsiasi contesto di storie mitiche.

Tutt’altro che chiara è l’origine di questa divinità. Dalla fine del V sec. in poi essa ci appare affiancata ad Asklepios come figlia o più raramente come sposa del dio: in ogni modo come una figura minore e in definitiva senza una vera individualità separata. Ma come è noto gli aspetti primitivi del culto di Asklepios in Tessaglia sono di carattere eroico ed oracolare: gli interessi sanitari e le funzioni di guaritore appartengono a una fase secondaria di sviluppo. È da ritenere quindi che una divinità della salute I. preesistesse in territorio ellenico e che sia stata in un secondo tempo conquistata ed annessa ad Asklepios al momento della trasformazione e della espansione massima del culto verso la fine del V sec. a. C. In Attica la statua di Atena − I., opera di Pyrrhos (v.) e dedicata da Pericle sull’Acropoli, precede l’introduzione ufficiale del culto di Asklepios avvenuta circa il 420. D’altra parte il culto di Atena − I. è attestato con altari assai più antichi della statua di Pyrrhos. È pertanto opinione di molti studiosi, tra cui ultimo M. Nilsson, che anche in questo caso si tratti di un appellativo divino distaccato che abbia dato origine ad una nuova divinità, Atena − Hygieia ad I., come Afrodite Peithò a Peithò.

Il centro più antico di culto che si conosca per I. sembra essere peraltro non Atene, ma Titane, presso Sicione, dove esisteva un santuario con statue di culto di carattere primitivo di Asklepios e di Igea. E non sembra coincidenza casuale il fatto che il più famoso inno ad I. si deve al poeta sicionio Ariphron, circa l’ultimo venticinquennio del V sec. a. C.

Il più antico riferimento ad una immagine figurata della dea ricorre a proposito dell’ex voto di Mikythos ad Olimpia dovuto allo scultore argivo Dionysios (v.) e datato negli anni immediatamente successivi al 467 a. C. Nel vasto donario figure divine apparivano insieme a quelle di eroi e di poeti, di conseguenza nessuna deduzione è lecito trarne a riguardo del rango di Igea. Sempre ad Olimpia la tràpeza che sosteneva le corone dei vincitori, opera di Kolotes (seconda metà del V sec. a. C.), era decorata di rilievi in cui figuravano Igea, Asklepios, Ares, Agon (Paus., v, 20, 2). A partire dagli ultimi decenni del V sec. le menzioni di famose immagini e i documenti figurati minori costituiti da rilievi votivi si fanno sempre più numerosi. I. entra a far parte del culto di Asklepios in tutti i santuarî di questa divinità ed appare nominata tra le Moirai nel santuario di Amphiaraos ad Oropos per tanti aspetti parallelo ad Asklepios. Si può dire anche che I. è veramente la seconda figura accanto al dio, con decisa precedenza sulle tre vergini salutari Aigle, Iaso e Panakeia e gli altri membri della famiglia di Asklepios. Nei santuarî più sontuosi, quali quelli di Epidauro e di Pergamo, I. possiede anche un tempio particolare a lato di quello paterno.

Tra le più famose immagini di I. solitamente in gruppo con Asklepios, sono ricordate quelle di Skopas per Tegea e Gortys di Arcadia, di Bryaxis per Megara e dei figli di Prassitele per Coo. A Damophon (v.) si dovettero quelle dell’Asklepieion di Aigion e di Megalopoli, quelle dello Heraion di Argo agli scultori Xenophilos e Strabon. Un gruppo dello scultore ellenistico Nikeratos era stato trasportato a Roma nel Tempio della Concordia (Plin., Nat. hist., xxxiv, 80). Altre immagini in gruppo per noi rimaste anonime dovettero esistere ad Epidauro e in Atene, dove appaiono attestate da una lunga e variatissima serie di rilievi votivi. Come sappiamo per testimonianze antiche dei gruppi di Damophon e dello Heraion di Argo, I. nei rilievi attici appare in aspetto di giovinetta stante presso il padre seduto. Alle volte è figurata appoggiata ad un albero, in uno schema ascendente che è stato avvicinato a quello del Sauroktònos. E in realtà la somiglianza di tipo e di temperamento con l’altra “figlia” dei rilievi votivi attici, la prassitelica Kore dei rilievi eleusini, rende assai probabile l’ipotesi di una I. dovuta a Prassitele (G. Lippold, Handbuch, p. 240). Una testa di giovinetta rinvenuta nello Asklepieion di Atene (Brunn-Bruckmann, 525 b) nel volto e nella foggia dei capelli rialzati sembra confermare il parallelismo con la prassitelica Kore di Vienna.

Tra i marmi antichi a noi pervenuti non mancano gruppi di Asklepios e I. come quello della Galleria delle Statue n. 399, quello con Asklepios giovanile e imberbe, della Gliptoteca Ny Carlsberg n. 92 o quello Barberini con le due figure stanti e affiancate. Si tratta peraltro di documenti isolati e incerti e, in definitiva, di scarso valore documentario: per nessuno di essi è possibile ammettere altro che una vaga dipendenza tipologica dalle famose immagini di culto ricordate dalle fonti. Mentre per la figura di I. isolata, come d’altra parte per Asklepios, esiste una tradizione iconografica ben altrimenti fondata e rassicurante.

Il tipo più autorevole e più largamente rappresentato è quello della I. Hope, di cui esistono decine di repliche tra cui la squisita, tenerissima testa dal Palatino (Museo delle Terme). In questo tipo figurato, che è stato convincentemente assegnato a Skopas, I. ci appare con caratteri nuovi e fortemente individualizzati. L’accento non è più sul carattere di giovinetta fragile e dipendente da una personalità maggiore, le forme sono possenti e quasi matronali, scandite dal panneggio sontuoso e ben conchiuso e quasi commentato dalle spire del serpente, le chiome racchiuse in un kekrýphalos. Quasi a reazione accanto a questa vigorosa e castissima immagine non mancano tipi di I. in drappeggi velati e approssimativi, o addirittura seminuda quale la statua acefala da Epidauro nel museo di Atene (EA, 710). Qui la fresca e tenera figura giovanile emerge tra drappeggi fruscianti, tutta incurvata a nutrire il serpente con la stessa tenerezza protettiva che Leda rivela per il cigno nella parallela creazione di Timotheos (v.). E che tale concezione non sia rimasta isolata indicano le repliche con il serpente della così detta Poetessa Conservatori (Horti Mecenaziani n. 21, Bruxelles n. 15, Louvre n. 2598) con vesti trasparenti e un seno scoperto come una ninfa o una menade. Un’altra concezione nuova e robustamente accentata rivela la I. Belvedere n. 85, di cui la bella testa ancora severa ed estranea al corpo veniva un tempo riferita alla stessa personalità divina a causa del diadema ornato di serpenti. Questo tipo asseguato ad età ellenistica per il drappeggio con un sostanzioso rotulo trasversale, rivela in realtà una contenutezza e una solidità strutturale estremamente insolita in un momento artistico dominato da forme disgregate e pittoresche. Una I. seduta di forme ellenistiche, con il gran serpente raccolto nel grembo in spire rigorosamente ribadite ci è nota attraverso repliche incomplete e di povera qualità (Metropolitan Museum, n. 202; Ermitage, n. 275; Cà d’Oro).

Altre immagini di I. frequenti nel repertorio statuario ellenistico-romano ci appaiono labili e meno decisamente caratterizzate. Così la fragile ellenistica I. di Siracusa viene quasi a sfumare nella classe delle Muse: per contro la Musa di Mileto (Mylet, i, 9), prossima alla Hera Campana, appare a volte con il serpente di Igea. Adattamenti di copisti sono anche ritenute la replica di Dresda della Hera Jacobsen con il serpente, la I. Uffizi n. 21, che accoglie il serpente nel peplo dalla lunga ricaduta. Il caso limite di queste trasposizioni o scorrimenti di un tipo divino a un altro può vedersi nella statua ricomposta da E. Schmidt con un torso di Efeso e la testa Lichtenstein che è stata intesa come una poetessa. Una replica completa recentemente emersa dello stesso tipo porta intorno alle spalle il gran serpente di I. per modo che la frattura che sembrava di intendere nella ricomposizione di E. Schmidt risulta come placata dal gran collare sinuoso che sembra ribadire la connessione e confermare che questa è la versione prima, la concezione originale della scultura.

Numerosi sono poi in età imperiale gli aspetti sincretistici di questa divinità, quali I. Iside, I. Tyche, I. Nemesi. Mentre immagini delle imperatrici ci appaiono in aspetto di I. a partire da una statua di Livia sull’Acropoli ricordata da Pausania (i, 23, 5).

In definitiva si può dire che in età romana la figura di I. tende a divenire sempre più vaga e inconsistente. E questo non solo per le incerte sopravvivenze di Salus e di Valetudo: quanto perchè tipi ben differenziati di questa divinità non sembra più che esistano. I. è tra le divinità pagane più rappresentate e di più lunga vita: immagini della dea si possono riconoscere databili sino al IV sec. d. C. In realtà non si tratta più di questo o quel tipo di I., ma solo di una figura indifferentemente panneggiata con un serpe avvolto al braccio. Non a caso immagini sorprendenti di luminosa classicità ritrovata s’incontrano nelle figure di I. e di Asklepios in dittici d’avorio del museo di Liverpool datati intorno al 400 d. C. e in altri avorî tardo-antichi.

L’unica immagine pittorica ricordata dalle fonti sembra essere un dipinto di Nikophanes di Sicione che raffigurava I. con Asklepios e la trinità delle salutari sorelle Aigle, Iaso e Panakeia. Ugualmente eccezionali sono figure di I. nel comune repertorio figurativo della pittura o dei mosaici romani. Tutt’al più una figura isolata con un serpente nella Casa dei Dioscuri (Helbig, n. 1819) è stata così tentativamente identificata.

Estremamente singolari sono anche le apparizioni di I. nella ceramica attica sullo scorcio del V sec. a. C. In numerosi vasi dovuti al Pittore di Meidias e al suo gruppo I. appare tra le figure femminili del corteggio di Afrodite, quali Peithò, Paidia, Dalmonia, creature che, come i nomi chiaramente indicano, non hanno altra consistenza che quella di riflessi del magico mondo di Eros, echi delle sue condizioni e associazioni. I. ci appare alle volte indistinguibile nel gruppo, altre volte isolata e un poco appartata, appoggiata allo scettro come a indicare la sua assunzione da personificazione allegorica a divinità indipendente.

Isolata e per noi senza riferimenti è la bella testa che appare con l’iscrizione Hygieia nel taglio del busto in una serie di monete di Metaponto datate circa al 400 a. C.

Monumenti considerati. − I. Hope: L. Curtius, in Jahrbuch, xix, 1904, p. 55 ss.; B. Ashmole, in Papers of the British School Rome, x, 1927, p. 1 ss.; G. Lippold, Handbuch, iii, 1, p. 253. I. di Epidauro: Einzelaufnahme, n. 710. I. Conservatori: H. S. Jones, Catalogue, p. 168; G. Lippold, Handbuch, p. 280. I. Belvedere: W. Amelung, Vaticanische Museen, ii, n. 85. I. Giustiniani: G. M. A. Richter, Metropolitan Museum, Catalogue of the Sculptures, n. 202. I. di Siracusa: R. Horn, Hellenistische Gewandstatuen, Monaco 1931, p. 85. I.-Saffo: E. Schmidt, in Jahrbuch, xlviii, 1932, p. 260. Dittico di Liverpool: W. F. Volbach, Elfenbeinarbeiten der Spätantike, Mainz 1952, n. 57, 85. Pitture vascolari del Pittore di Meidias: Furtwängler-Reichhold, tav. 8. Monete di Metaponto: B. V. Head, Hist. numorum, Oxford 1911, p. 77.

Il Direttore Giuseppe Bartolucci

Commenti

  1. Nerio Zanzini ha detto:

    Perché tanto spreco di parole? Citazioni, riferimenti, cenni storici e tant’altro che non ho continuato a leggere (penso come tanti) assegnano a quell’opera un’importanza che non ha.
    La statua in questione è semplicemente, per dirla con Fantozzi, “una cagata pazzesca”. Con la differenza che “La corazzata Potemkin” di Ejzenštejn é universalmente considerato “fra i migliori film di propaganda nonché una delle più compiute espressioni della settima arte” (Wikipedia) mentre la statua di Igea è solo un’offesa al buon gusto.
    Penso che chi l’ha commissionato ed oggi parla di “luogo bello a vedersi” sia in buona fede: per questo sono preoccupato.

  2. Renato ha detto:

    Il caso non è così complicato::::
    se non ricordo male gli articoli usciti tempo debito, l’amministrazione si è rivolta ad uno studio di progettazione che di “artistico” ha all’attivo una serie di condomini nei paesi satelliti di Milano. L'”artista” incaricato ha un laboratorio di monumenti funebri con tanto di orario lavorativo quotidiano, tutt’al più un onesto artigiano.
    Una breve verifica in rete consentirà indicazioni più precise.Sembra la solita storia degli amici degli amici.
    Buon divertimento!

  3. Giorgio ha detto:

    Oscia che erudizione! Chi è Sgarbi!!!