Le “lezioni americane” un successo due sere fa al teatro Astra

albertazzi_foto canini (6)Un lungo, sincero applauso, ha salutato ieri sera l’entrata in scena di Giorgio Albertazzi, ultimo mostro  sacro del teatro italiano, grande tra i grandi di una eccezionale e gloriosa generazione ormai scomparsa, indiscusso protagonista del palcoscenico che per quasi due ore ha tenuto la platea dell’Astra inchiodata alle poltrone, in una serata da “sold out” completo.

Uno degli spettacoli più attesi della rassegna teatrale per aspera ad astra 13.14 – temporary emporium of the arts, è stato all’altezza delle aspettative: il Maestro ha portato splendidamente in scena sul palco di viale Paolo Guidi una delle “Lezioni americane”, ciclo di sei lezioni scritte da Italo Calvino per l’Università di Harvard nel 1985, mai avvenuto a causa della morte dello scrittore e pubblicato postumo nel 1988.

In quello che viene riconosciuto come il suo testamento letterario, Calvino aveva raccolto sei proposte per il millennio che sarebbe cominciato di lì a poco: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza (incompiuta). Giorgio Albertazzi, su un palcoscenico scarno, accompagnato per l’occasione da una brillante “studentessa” e da una giovane violoncellista, ha proposto il suo concetto di leggerezza, tra letteratura, teatro, video e musica, decomponendo e ricomponendo a tredici anni dal passaggio nel nuovo secolo, i riferimenti calviniani e non solo, partendo dal poeta e filosofo latino  Lucrezio e saltando a ritroso , al mito greco di Perseo e la Medusa come metafora del riflesso o ” tramite indiretto” che sconfigge il male.

Cercherò di sintetizzare le oltre due ore della lezione calvinista, rendendomi conto dell’arduo compito dato l’argomento trattato.  In sostanza la “leggerezza” secondo Albertazzi è una elaborazione della realtà, la sua metafora del  secchio che si eleva in altezza, come contenente di qualcosa che stà dentro, è in altre parole la realtà,  materia di spunto per una intuizione lirica, riprendendo Croce, che produce contenuto/significato, “arte”, appunto! Ma di che  cosa è costituita questa arte? Di sostanza pura, sintesi sublime, filtrata a tal punto da risultare leggera e volare alto, molto alto, rispetto alla cruda condizione umana, non senza il suo secchio/contenente e cioè la realtà stessa. Le lunghe dissertazioni sceniche rivolte sempre alla platea hanno conferito allo spettacolo un tono intimista e cordiale,  sono volate poi citazioni a Shakespeare, Ezra Pound e Franz Kafka, emozionando il pubblico in una sala gremita dal silenzio tombale , con la sua inimitabile presenza scenica da brividi e dalla voce flebile e profonda, divenuta ormai coi suoi 90’anni suonati, una naturale condizione autoreferenziale (“non re-cito più, ora cito solo” (me stesso)) . Il “Grande Vecchio” si è addentrato anche  nel Canto V dell’Inferno di Dante, in un ideale omaggio alla terra di Romagna, applausi a scena aperta per una insolita “Pioggia nel pineto” di Gabriele D’Annunzio e poi con l’Amleto di Shakespeare con cui Albertazzi è sceso nelle profondità recondite dell’animo umano, per poi riemergere in un’emozionante finale con l’“Infinito” di Giacomo Leopardi.

Questa fantastica e unica altalena di emozioni che si è conclusa con la consegna da parte del Presidente del Consiglio Comunale Maria Laura Domeniconi, di un’opera d’arte originale realizzata da Claudio Ballestracci, anch’egli presente sul palco a fine spettacolo: l’opera, intitolata “N – evergreen”, è un libro in rame concepito come un contenitore d’esperienze, copione e biografia antologica. Con quest’opera, che Albertazzi ha molto gradito, la città di Bellaria Igea Marina ha inteso rendere omaggio al Maestro in occasione dei suoi novant’anni compiuti lo scorso agosto, a suggello di una serata speciale che tutti i presenti ricorderanno a lungo.

Il Direttore Giuseppe Bartolucci