Il PD e la notte dei lunghi coltelli.

ProdiTre telefonate e Prodi capi che non sarebbe passato.

È il 19 aprile duemilatredici, manca un’ora alla ennesima votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica e i mass media non solo italiani preannunciano la svolta, l’imminente ascesa al Quirinale di Romano Prodi. Ma il Professore, dal Mali dove si trova in missione per l’Onu, telefona al figlio Giorgio e alla moglie Flavia e prevede: «Non passerò». La previsione si rivelerà azzeccata: di lì a poco si materializzerà l’oramai celebre «tradimento» dei 101 parlamentari del Pd.

La convinzione del Professore aveva preso corpo anche a seguito di tre telefonate che lo stesso Prodi aveva fatto nelle ore precedenti: con Massimo D’Alema, con Mario Monti, con Stefano Rodotà, a sua volta legato a filo doppio con Beppe Grillo. Le tre telefonate, assieme a tutto quello che preparò la caduta, sono raccontate da Sandra Zampa, già portavoce del Professore, in un libro che uscirà mercoledì, “I tre giorni che sconvolsero il Pd”, editore Imprimatur e che naturalmente è stato letto in anteprima da Romano Prodi.
Un libro senza pretese da «saggio politico», ma che programmaticamente si propone di ricostruire minuto per minuto le 72 ore decisive e – proprio grazie a questo passo da instant book – consente di capire come alcune illustri personalità abbiano contribuito all’affondamento di Prodi a due passi dal Quirinale. Davvero significative sono le tre telefonate che precedono la fatidica votazione, anche se la Zampa non le mette in sequenza logica.
E’ Prodi a farle, per la prima volta attivo nella corsa per il Quirinale dopo che nei mesi precedenti aveva fatto prevalere l’indole provvidenzialista tipica di un certo cattolico italiano, per cui se le cose devono accadere, accadono. Nella mattinata del 19, Prodi telefona a Massimo D’Alema che – come ricostruisce Sandra Zampa – gli esprime «profonda contrarietà per le modalità con cui è avvenuta la candidatura». Dunque, annota mentalmente Prodi, una parte del Pd gli è contraria.
L’ex premier telefona anche a Mario Monti, in quel momento ancora presidente del Consiglio. Scrive la Zampa: «Da un esponente di Scelta civica raccolgo l’informazione che da parte di Monti ci sarebbe stata la disponibilità a votare Prodi, se fossero state date garanzie sul reincarico a Monti stesso». Uno scambio che Prodi molto significativamente «lascia cadere nel vuoto».
E sempre nella mattinata che precede la votazione pomeridiana, il Professore cerca Stefano Rodotà, in quel momento candidato del Cinque Stelle: «Stefano, mi dispiace che ci troviamo in una situazione di conflitto…». Ma Rodotà fa capire che a chiamarlo deve essere Bersani e comunque in quelle ore decisive, dichiara: «Per parte mia non sarò d’ostacolo qualora il Movimento Cinque Stelle voglia prendere in considerazione soluzioni diverse». L’essenza del passaggio è chiara: davanti ad una soluzione “alta” come quella di Prodi, Rodotà non si ritira.
E il movimento pentastellato? Il libro ricostruisce il zig-zag dei Cinque Stelle, favorevoli a Prodi quando loro risultano decisivi, irridenti quando sono aggiuntivi. Ma davvero eloquente è una battuta, a cose fatte, di Beppe Grillo da Tolmezzo: «Pensavo che Rodotà rifiutasse la candidatura, perché lui e Prodi sono amici, ma mi ha risposto: “Sono onorato e metto il mio mandato in mano alle Cinque Stelle. Saranno loro a decidere se sarò presidente o no”».
E i famosi 101 “traditori”? Scrive la Zampa: «I nostri elettori vogliono i nomi», ma la portavoce di Prodi dice che produrre un elenco dettagliato oscurerebbe «il vero nodo che riguarda l’intero Pd e la sua classe dirigente». Ma nel racconto dei tre giorni, si dà comunque conto del fatto che alcuni parlamentari hanno preparato «prove a discolpa» e viene citato chi – Beppe Fioroni in testa – esibisce «non richiesto», la foto della sua scheda. E ancora: nelle ore decisive il senatore Ugo Sposetti (dalemiano doc) «faceva telefonate per sollecitare un no a Prodi», ma non era «l’unico telefonista in servizio».
Ripercorrendo nel dettaglio quelle frenetiche 72 ore, si capisce meglio, come la caduta di Prodi non sia stato l’effetto della trama di un “uomo nero”, ma di una somma di pulsioni: il calcolo ma anche l’ antipatia per Prodi di singoli e di gruppi organizzati, il narcisismo di qualche big, i risentimenti dei popolari per la bocciatura di Franco Marini, dei dalemiani contro Bersani e contro Prodi stesso.
Ma emerge anche la superficialità del gruppo di comando del Pd nelle ore decisive. Inedito un passaggio: quando Bersani, per uscire dalla sfilza di sconfitte fin lì cumulate, annuncia ai parlamentari del Pd la scelta di Prodi, non dice che il Professore «aveva chiesto che il suo nome venisse sottoposto a votazione segreta» e invece «l’intervento di Luigi Zanda aveva chiuso con rapidità la questione». Risultato: Prodi fu acclamato in pubblico e affondato nel segreto dell’urna.
La stampa, 7 ottobre 2013

I prodiani e il tradimento: «Erano più di centouno» di Francesco Alberti

Sarà ricordata come l’imboscata dei 101. Ma in realtà furono di più, «115-120». E non ci fu nulla di schizofrenico, né di lasciato al caso, in quell’agguato che il 19 aprile scorso affossò la candidatura di Romano Prodi al Quirinale: «Si trattò di un boicottaggio organizzato in piena regola». Le varie bande che decisero nel segreto dell’urna di affossare l’uomo dell’Ulivo, padre nobile e tra i fondatori del Pd, agirono quel pomeriggio come un sol uomo, unite da una tacita regia alimentata da motivazioni (personali e politiche) differenti, ma assolutamente convergenti nell’individuare nel professore bolognese un ostacolo da rimuovere, un simbolo da abbattere: «C’era chi pensava di dover vendicare Marini per la mancata elezione nelle prime votazioni; quelli che pensavano si dovesse dare una possibilità a D’Alema; quelli che si erano convinti che l’elezione di Prodi avrebbe portato rapidamente alle urne; quelli che volevano un’alleanza di governo larga, estesa al Pdl, e vedevano in Prodi un ostacolo». Ma c’erano anche coloro che volevano «far pagare a Bersani le primarie dei parlamentari e il rinnovamento della classe dirigente». E qualcuno, anche, «colpire Renzi», che si era speso per il Professore dopo aver bocciato Marini e Finocchiaro.
Sandra Zampa, giornalista, ex capo ufficio stampa di Palazzo Chigi ai tempi del governo Prodi, attuale deputato pd alla seconda legislatura e portavoce del Professore, non ha l’ambizione di fare il Sherlock Holmes, andando a caccia, nome dopo nome, dei 101 (115-120) dell’imboscata quirinalizia. Ma il suo libro — «I tre giorni che sconvolsero il Pd» (Imprimatur editore, 160 pagine, in libreria dal 9 ottobre) — a forza di seminare indizi, di fatto consegna agli elettori un identikit molto plausibile di chi quel giorno tradì. «I nostri elettori vogliono i nomi — scrive Zampa —. Ne conosco ormai un buon numero, tuttavia se pubblicassi anche un solo nome falso, commetterei un’ingiustizia». Quei tre giorni, raccontati dalla parlamentare con stile asciutto e dovizia di particolari, rappresentano per il Pd, già stressato dal deludente risultato elettorale, il big bang dei propri vizi d’origine, a partire dall’incapacità di fondere in «una nuova identità riformista le culture politiche del Novecento (ex diesse, ex popolari, ex dielle)», per non parlare poi della «deformazione ipercorrentizia» che ha mutilato qualsiasi leadership, trasformando in regola il concetto secondo il quale «le componenti rispondono prima al capocorrente e poi al segretario».
Se questo è lo scenario, non c’è da stupirsi se Romano Prodi, pur in quelle cruciali ore lontanissimo da Roma (a Bamako, Mali, per una missione Onu), captò al volo, con largo anticipo rispetto ai massimi dirigenti del partito, il disagio e l’insofferenza di larga parte dei Grandi elettori pd sul suo nome. Non a caso, rivela Sandra Zampa, «aveva chiesto che il suo nome venisse sottoposto a votazione segreta» nell’assemblea al teatro Capranica dove Bersani lanciò la candidatura del Professore. Ma non se ne fece nulla: «Si votò per alzata di mano, di fatto nessuno contò i voti». E alla fine passò l’immagine di una standing ovation . Una candidatura morta in poco meno di 24 ore. Era decollata il 18 aprile, dopo l’affossamento di Marini, da un’iniziativa di Arturo Parisi, raccolta dal bersaniano Vasco Errani, benedetta da Franceschini e ufficializzata da una telefonata in Mali di Bersani. Ma è solo nella notte tra il 18 e il 19, quando sfuma definitivamente quella che era considerata l’unica vera alternativa a Prodi (Massimo D’Alema), che il nome del Professore prende il volo. Per essere impallinato.
Corriere della sera, 7 ottobre 2013

Il Direttore Giuseppe Bartolucci