Il blitz dei diversamente berlusconiani (Antonello Caporale).

in-rivolta1C’ERA UNA VOLTA IL PDL.

Era l’unto del Signore. Oggi ha quattro ministri in fuga e al petto il piombo di una frase irredentista pronunciata da Angelino Alfano, il segretario del partito: “Sono diversamente berlusconiano”.

All’orizzonte nitida la foto di una diserzione di gruppo pianificata, secondo i sospetti, tra il Colle e la sala da pranzo di casa Alfano, con un ministro – Gaetano Quagliariello – che ha addirittura accostato Forza Italia a Lotta Continua, esibendo bandiera bianca: “Io non ci sto”. Quagliariello è stato messo alla porta immediatamente: “Tu sei fuori”, bollato come traditore, dipinto come elemento deviato, “uomo del Quirinale”, dunque nemico al cento per cento. 

ANCHE Beatrice Lorenzin è fuori: lei è scappata prima del decreto di espulsione, incitando alla resistenza contro “gli estremisti” che stanno portando alla rovina il Capo. Nel più tragico dei compleanni possibili, mentre Mara Carfagna da amazzone penitente lo chiamava Einstein, Silvio Berlusconi ha visto sbriciolarsi la torta prima ancora che potesse assaggiarla. I tratti del caos distruttivo, di una onnipotenza che regredisce a inconcludenza e si trova di fronte capi all’insù invece che teste chine sono numerosi e distinti. Segniamoli tutti in questa domenica 29 settembre, la prima giornata d’autunno vero, con tempeste di pioggia e di vento al nord come al sud. Guerra per bande, isolati sconfinamenti, e trappole tese a identificare i ribelli, sterilizzandone le capacità di resistenza. Una maestosa zuffa che ha coinvolto tutti, piccoli e pesci grandi. Nomi illustri e spicciafaccende. Personalità di spicco e generico minestrone berlusconiano. Tanti, troppi però a utilizzare parole diverse da quelle del Capo. Il mondo ciellino, per bocca di Maurizio Lupi subito chiarisce con chi sta: “È ora che Alfano si metta in gioco”, dice il ministro plenipotenziario. In gioco c’è un nuovo partito di centro, figlio legittimo del Ppe, cuginetto di Enrico Letta, premier amico ora in pericolo. È la via antica e sempre sospirata di un ritrovo democristiano, di una casa sicura al centro del centro. In tanti aspettano che l’ora arrivi: si risente anche la voce del redivivo Luca di Montezemolo. Ce la faranno i nostri? Non si sa, ma è certo che Alfano battaglia via telefono col Capo. Il colloquio dura molti minuti, le parole si accavallano e Angelino (l’uomo a cui manca un quid per essere leader, disse B.), per la prima volta si fa forza e presenta il suo quid: “O me o Ghedini”.

NELLA FANGHIGLIA di un corpo a corpo tremendo le colombe sono andate contro i falchi. Contro Ghedini e la Santanchè (ieri silenziosissima) i Capezzone, i Bondi, i Verdini (immortale il suo “Berlusconi tocca l’anima”). Dal Veneto la voce del socialista Sacconi. Anche lui segna una importante defezione. E al sud i deputati briganti alla Giuseppe Castiglione, il siciliano sempre in perenne dondolo tra l’abbandono e la sovversione. Democristiani eterni come Carlo Giovanardi scuotono la testa, ed è sempre la prima volta, si rifiutano di ottemperare al-l’ordine di Arcore: “Io non mi dimetto”. Gianfranco Rotondi, stessa casa e medesima fratellanza, stranisce: “Sono dei pazzi”. E Stefano Caldoro, il governatore della Campania, resta a bocca aperta, nell’incresciosa situazioni di chi è chiamato alla lotta ma non sente le forze nel suo corpo debilitatato. Nunzia De Girolamo, quarta dei ministri al governo, è l’ultima a parlare. Prova a stare in mezzo, “con Berlusconi ma contro ogni estremismo”. Sempre fedele a Forza Italia ma fuori dal circolo dei duri e puri. È imbarazzata, non muove foglia, si ferma sul ciglio della strada e sceglie di stare alla finestra.

Resta inquadrata però una lunga crepa nel muro berlusconiano. Sporcato il fard sul viso, danneggiata l’immagine vitale di uomo immortale e solo al comando. In tv, alla tribuna prandiale di Rai1, Giletti deve convocare due esponenti e non più uno per dare voce a Forza Italia. Di qua, per la minoranza, c’è Fabrizio Cicchitto, depistato ed emigrato a figura di secondo piano, perciò novello contestatore: “Quando si assumono simili decisioni è necessario coinvolgere il segretario, i capigruppo, gli organi dirigenti del partito”. Di là c’è un Gasparri confusamente focoso, ma distintamente allineato alla maggioranza. Iniziano anche a essere visibili i segni dei cazzotti. Da qualche parte sbuca Galan che mena: “Sappiamo tutti che Cicchitto andrà via. Ci renda breve la sua agonia”. Lui: “È il suo solito travaso di bile”.

La giornata prosegue con i messaggini, le telefonate, il porta a porta delle dichiarazioni rese, delle ultime posizioni possibili. Berlusconi convoca le telecamere di Mediaset e consegna ai resistenti la sua dichiarazione di pace: ha deciso da solo di sganciare la bomba a mano contro Enrico Letta, da solo di farlo cadere. E l’ha fatto con serena coscienza e la profonda convinzione che “ai miei tempi quando c’era una crisi di governo noi imprenditori festeggiavamo. L’economia teneva, il Pil cresceva e insomma tutto andava a meraviglia”.

ECCO chiarito il punto della nuova strategia: meno si governa e meglio è per tutti. Meno si governa e “meno danni si fa all’economia”. Per una coincidenza meteorologica, le parole di Berlusconi sono state accompagnate a Roma da tuoni e fulmini. Oggi il pallottoliere è di nuovo alla prova. Con ogni probabilità mercoledì, nella drammatica conta del Senato, l’ennesimo, ultimo e tragico show down.

Da Il Fatto Quotidiano del 30/09/2013.

Il Direttore Giuseppe Bartolucci