TUTTE LE MPS TEDESCHE…DI CUI LA MERKEL NON PARLA

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Perché Berlino frena l’unione bancaria

Le banche territoriali hanno 637 miliardi di crediti dubbi. Colpa degli inciuci con la politica

BERLINO – Sulle elezioni tedesche c’è una mina da 637 miliardi pronta a esplodere. Si tratta del complesso degli attivi da ristrutturare in pancia alle banche del Paese. La cifra, pari al Pil annuale dell’Olanda, è stata calcolata dalla Reuters sulla base dei conti 2012 dei primi 11 istituti di credito per asset. Bond greci, mutui subprime, bond municipali americani e prestiti al settore navale, «portafogli il cui smantellamento non mi sorprende se impiegherà vent’anni», ha detto all’agenzia stampa Andreas Steck, partner dello studio legale Linklaters. Tuttavia, è nella gestione delle Landesbanken, le banche territoriali controllate dagli enti locali, che si nascondono potenziali casi simili al Monte dei Paschi. Inciuci tra finanza e politica che hanno comportato trucchetti contabili e malagestione. Una situazione esplosiva. Per capirne la portata basta un dato: il 45% del settore bancario tedesco è in mano al pubblico, escludendo il 25% dello Stato in Commerzbank, seconda banca tedesca dopo il gigante Deutsche Bank.

Qualche settimana fa l’economista Luigi Zingales ha scritto senza mezzi termini sul Sole 24 Ore: «Nel 2008, quando si scoprì che le Landesbanken erano imbottite di mutui subprime americani, il governo di Berlino intervenne a salvarle con uno stanziamento di 500 miliardi di euro a spese dei contribuenti. Nel 2010, quando le banche tedesche erano molto esposte – per qualcosa come 535 miliardi di euro – verso i titoli di Stato di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna, i contribuenti europei e la Bce diedero una mano a riportare a casa buona parte di quel denaro. La minaccia più seria per i contribuenti tedeschi non è la dissipatezza del sud Europa, ma le banche teutoniche». E infatti il principale motivo per cui la Germania si è sempre opposta all’Unione bancaria, che implica una pesante cessione di potere decisionale a Bruxelles, sembra sia proprio lo stato di salute delle Landesbanken.

Ovviamente il tema è sottaciuto. Le ragioni sono chiare, secondo quanto spiega a Linkiesta Jörg Rocholl, presidente della European School of Managment & Technology (ESMT) in Germania. Diversamente da quanto accaduto in Italia con Mps, « la responsabilità per le perdite delle Landesbank giace in entrambi i due grandi partiti che si confrontano in campagna elettorale. Nei singoli Land (Stati federali, ndr) abbiamo visto sia governi della Cdu come dell’Spd provocare perdite significative. Sarebbe una critica che entrambi potrebbero rilanciarsi».

Questo non significa che la situazione sia meno grave. Non minimizza, l’illustre economista tedesco in un’intervista che si svolge al reparto ortofrutta del supermercato di Ackerstrasse a Berlino: «Ci troviamo in una situazione in cui i debiti sono diventati così alti che è necessario intervenire per difendere i contribuenti da ulteriore perdite. La Germania non si deve dimenticare che è stata colpita in modo molto duro dalla crisi finanziaria e in particolare proprio attraverso le Landesbank».

In un approfondimento piuttosto critico l’International Herald Tribune qualche giorno fa ha spiegato che le Landesbanken hanno «una lunga storia di inefficienza e cattiva gestione». L’ultimo caso riguarda il boss della Formula 1 Bernie Ecclestone. L’82enne è accusato dalla procura di Monaco di Baviera di aver pagato una tangente da 44 milioni di dollari a Gerhard Gribowoksky, allora presidente della landesbank BayernLB, per vendere le quote dell’istituto di credito nel campionato di automobilismo. La BayernLB, il cui azionista di maggioranza è lo Stato Libero di Baviera, è stata ricapitalizzata con 10 miliardi di euro dai bavaresi, mentre gran parte dell’ex management è finito nel mirino degli inquirenti per insider trading, così come sei ex dirigenti della Hsh-Nordbank di Amburgo. In entrambi i casi i capi d’imputazione si riferiscono – stile Mps – all’occultamento di perdite, in particolare sui derivati relativi allo shipping.

Alcuni interventi di consolidamento sono stati portati a termine, in particolare attraverso la commissione europea, come nel caso di WestLB. Inoltre, secondo Rocholl, «bisognerebbe in generale prestare attenzione a rafforzare le competenze negli organi di controllo. In queste sedi devono esserci persone competenti del settore bancario e della finanza che capiscano e sappiano interpretare la situazione». Il presidente dell’ESMT non crede che ci sia «un rischio sistemico», ma le conseguenze di mancati interventi per modificare la governancepotrebbero essere gravi: «Per la Germania significherebbe che, ora come prima, gli investimenti condotti da queste banche portino nuovi problemi: come ad esempio quelli nel settore immobiliario in Spagna, che finiscono per avere conseguenze negative anche per le economie nei paesi in cui vengono realizzati».

Dallo scorso inverno la Bafin, il regolatore del mercato finanziario, sta conducendo un censimento per tastare lo stato di salute dell’esposizione verso il settore, pari a poco meno di 100 miliardi di euro soltanto per le prime 10 banche. La discussione è in corso ed è top secret, ma sembra che la Consob tedesca abbia richiesto ulteriori approfondimenti sull’entità delle svalutazioni e sul tasso di copertura. Tanto per dare un termine di paragone, il prestito sotto forma di Monti Bond nei confronti della disastrata Mps ammonta a 4 miliardi di euro. Ovvero la medesima cifra che Commerzbank ha iscritto a sofferenza nel 2012, su un’esposizione complessiva verso il settore navale pari a 19 miliardi. Quella della Hsh di Amburgo è di 27 miliardi, tant’è che nel 2012 l’istituto ha elevato il suo tasso di copertura al 70% accantonando 1,2 miliardi, mentre la NordLB ha alzato gli accantonamenti a 598 milioni su un portafoglio di 18 miliardi. Basterà?

Il meccanismo dei prestiti allo shipping è molto simile a quello dei mutui subprime. Anche le avvisaglie della crisi. Come nell’agosto del 2007 il congelamento dei tre fondi di Bnp Paribas (Parvest Dynamic Abs, Bnp Paribas Euribor e Bnp Paribas Abs Eonia) legati ai subprime segna convenzionalmente l’inizio della crisi Usa, così nel febbraio 2012 l’insolvenza del fondo LF 16 creato da Lloyd Fond di Amburgo, ha segnato l’inizio della fine. LF 16 investiva nell’acquisto di quote di navi, sperando che una volta varate il loro valore di mercato si sarebbe alzato o che il suo noleggio avrebbe garantito un rendimento costante nel tempo. Peccato che, causa crisi, le mega navi viaggino con carichi che non superano il 60% della stiva. E quindi in perdita. Uno studio di Alix Partners ripreso in un saggio dall’economista dei trasporti Sergio Bologna – titolato “Il crack che viene dal mare” – evidenzia che nel 2011 le perdite complessive delle prime sedici compagnie navali al mondo hanno toccato 6 miliardi di dollari, il doppio rispetto al 2007, l’indebitamento ha raggiunto i 90 miliardi e metà di loro non sono in grado di pagare gli interessi sul debito. Insomma, si rischia e molto.

Per ora, nonostante gli allarmi lanciati dalla Frakfurter Allgemeine Zeitung la scorsa primavera, la questione non è mai affiorata sulle pagine dei quotidiani. Handelsblatt, il principale foglio economico del Paese, per ora se ne guarda bene. L’adozione delle regole di Basilea III intanto procede con lentezza. Certo, c’è tempo fino al 2019, ma per ora la corsa alla compliance dei maggiori istituti non ha toccato né le Landesbanken né le 400 sparkasse, piccole banche equiparabili alle nostre Bcc. Per Simon Johnson, economista al Mit ed ex Fmi, una possibile soluzione per il sistema bancario tedesco potrebbe essere la creazione di una bad bank come quella a cui le cajas, le banche spagnole, hanno conferito gli asset immobiliari irrecuperabili in seguito allo scoppio della bolla. Nessun politico tedesco però ne parla.

Il Direttore Giuseppe Bartolucci