IL VERO NEMICO

di

pignoramento

Stanno cercando di farci credere che la guerra sia tra il piccolo imprenditore mediamente ladro ed evasore e i dipendenti scansafatiche, mangiapane a tradimento che timbrano senza fare nulla. Stanno tentando di far passare che i problemi che ci affliggono nascano per lo più da questa dualità per cui, a turno, gruppi di potere danno un colpo di qua e uno di là per fare in modo che continuiamo a pensarlo. Come se si parlasse di Juve o Milan. E’ il modo che conoscono per domare le grandi folle.

La nostra storia recente invece (ultimi 30 anni) racconta un’altra verità. Oramai acclarata, conosciuta da molti, ma taciuta VOLONTARIAMENTE ai più. Alla massa. E sui perché ciò sia successo e stia accadendo ci sarebbe da scrivere non uno ma centinaia di libri. La versione più accreditata è che coloro che hanno in mano i mezzi di comunicazione, quanto meno i media più potenti, sono coinvolti a vario titolo in tutta in questa storia.

Qualcuno si è mai chiesto, ad esempio, il perchè siano stati proprio i tedeschi, con la Merkel in testa, a imporre Mario Draghi, un italiano, (quindi in teoria il peggior pericolo per l’egemonia economica teutonica dato che la nostra manifattura da sempre fa concorrenza alla loro) a capo della BCE?

Non è soltanto perchè Mario Draghi non è realmente un italiano, avendo vissuto per larga parte della sua vita in Inghilterra e in America all’interno delle più grandi banche di affari internazionali. C’è dell’altro.

Il punto di inizio di questo capitolo di storia italiana direi che può essere fatto risalire al crollo del Muro di Berlino.

La fine della guerra fredda cambia completamente gli scenari internazionali. Gli USA perdono gli interessi che avevano nel Belpaese come luogo fondamentale nello scacchiere geo-politico post World War 2  perchè non c’era più da garantire l’equilibrio di Yalta. La Cia sparisce e all’improvviso arriva l’FBI, interessata ad evitare che la mafia prenda troppa forza.  Sembra una cosa da nulla ma questa cosa è dirompente. La Cia, oramai è provato, ha contribuito in maniera determinante a nascondere i conti correnti esteri sui quali il Partito Socialista di Bettino Craxi ha fatto girare tutti i finanziamenti illeciti di cui si è avvalso negli anni ottanta. Gli americani avevano però un conto aperto con il leader socialista, l’ultimo vero statista (nel bene e nel male) che ha avuto questo Paese. Bettino Craxi aveva una visione che a loro disturbava molto. Era proiettato nel Mediterraneo e difendeva con forza le ragioni arabe. Il rifiuto di concedere la base di Sigonella alle forze armate statunitensi è l’ultimo grido di libertà europeo alla loro supremazia politico-economica. Decisero di fargliela pagare nel modo che è passato alla storia come Tangentopoli.

Anche sulla nascita del movimento “Mani Pulite” non ci sono più molti dubbi. Come mai un Paese che ha vissuto nella corruzione fino a quel momento e che continuerà più o meno impunemente a farlo anche dopo è solo che in quel contesto storico decide di fare un repulisti di tale portata? La risposta va da sola: per cambiare con un colpo di spugna la classe politica. Del resto la Stampa, un giornale che gode di discreta reputazione, ha più volte raccontato di come l’ex console americano Peter Semler avesse in numerose circostanze dichiarato che Di Pietro lo avvertì in anteprima già nel 1991 che “…presto il Psi e la Dc sarebbero stati spazzati via…. ”

Dichiarazioni che fanno pandan con quelle del suo collega, il più famoso ambasciatore americano in Italia degli ultimi cinquanta anni: Reginald Bartholomew .

Clinton, infatti, consapevole di ciò che stava accadendo, decise di mandare da noi, non il solito mecenate finanziatore di campagne presidenziali a svernare prima della pensione. No. Ne scelse uno in carriera. Uno che aveva già trattato con personalità ingombranti della politica internazionale e con i terroristi. Uno capace di salvaguardare gli interessi strategici americani. Bartholomew capì che l’Italia era sull’orlo della guerra civile, che democristiani e socialisti erano oramai inutilizzabili e compì, dal suo punto di vista, un vero e proprio colpo di genio: convinse la sua amministrazione a puntare forte su leader dal passato quanto meno “ingombrante”. In altre parole personalità dimezzate o zoppe che dir si voglia che, proprio per tutto questo, avrebbero potuto essere condizionabili: D’Alema e Fini avevano alle spalle legami con un passato totalitario e Berlusconi, era imprenditore con trascorsi tutt’altro che cristallini. A D’Alema gli americani fecero in modo di affiancare il più grande dei persuasori occulti, Francesco Cossiga.  In una famosissima intervista rilasciata proprio alla Stampa poco prima di morire,  Bartholomew si vantava di “…così intervenni per spezzare il legame USA e Mani Pulite…”. Sostenendo in modo forte di essere stato proprio lui a fermare l’amministrazione Clinton dal fare tabula rasa con tutto (affermando di fatto che le prove che avevano portato alla nascita del movimento erano state proprio fornite dagli americani).  Affermò di essere stato proprio lui ad aver fermato i giudici di Milano salvando di fatto il PCI. Luciano Violante, era del resto diventato presidente della Commissione antimafia, stringendo così uno stretto rapporto con Louis Freeh, dell’Fbi. Niente di oscuro, s’intenda, nessun complotto, ma tutto si lega: l’ex Pci – con l’ambasciatore, con l’Fbi – D’Alema diventato interlocutore dell’America. E al Pci non si applicò il “non poteva non sapere”.

Il vero punto sul tavolo non è però nemmeno questo. Magari lo fosse.

Io che ho vissuto quel tempo da adulto ho memoria che in tutti gli italiani, allora, c’era la convinzione che potesse iniziare un periodo migliore per il nostro Paese. E la cosa che veramente mi disgusta oggi è aver capito che al contrario, in segreto, il governo dei potenti della terra aveva deciso di tornare nella nostra penisola a depredarla come era stato fatto nei secoli passati da tutti coloro che vi ci sono avventurati.  E alleandosi con un gruppo di persone loro simili che avevano però il passaporto con nazionalità italiana hanno provveduto a far diventare propria l’argenteria di casa.

La svendita venne chiamata “privatizzazione”.

L’Italia è stata venduta molte molte. Tra le tante date storiche la più recente però, è stata il 2 giugno del 1992.

Su ciò che successe quel giorno a bordo del panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta è stato scritto e detto molto, quasi sempre in incognito e di nascosto. Per anni infatti è stato tentato di nascondere la verità e, chiunque citasse quell’episodio, veniva attaccato come pazzo visionario. Su quella grande nave, alcuni appartenenti all’élite di potere anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri delle banche a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers) decisero di spartirsi il nostro patrimonio nazionale con l’aiuto di alcuni italiani che avrebbero tratto giovamento personale da tale operazione e di far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani su quasi il 50% delle aziende italiane, fra le quali c’erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.  Ma soprattutto su l’ENI, Finmeccanica e sul sistema bancario che era il nostro asset reale di grandissimo valore: Comit e Credit su tutte. Se l’IRI, fosse ancora oggi quella che era allora, sarebbe stata tra le più grande multinazionale del mondo. Invece fu fatta a smembrata pezzo per pezzo. Venduta un tanto al chilo e uno degli uomini che più di tutti ha contribuito a distruggerla si chiama Romano Prodi. Ex boiardo di Stato che, sorretto dai poteri forti (e da D’Alema) riuscì a farsi eleggere a Palazzo Chigi e poi, con la scusa dell’efficienza, vendette pezzo per pezzo i nostri gioielli di famiglia. Tutti coloro che hanno difeso quella scelta assurda, hanno sempre usato queste maledette parole “più efficienza” in mano ai privati. La Corte dei Conti nel 2010 ha  smentito questa teoria sostenendo che la maggiore “efficienza” di cui si era tanto parlato in sede di dismissione era stata poi ottenuta soltanto per un indiscriminato aumento delle tariffe (banche, autostrade, acqua e gas soprattutto)  e che in altre parole i cittadini ci avevano solo che rimesso. La Corte dei Conti andò oltre. Criticò in modo esplicito i costi e la scarsa trasparenza di come erano avvenute quelle privatizzazioni.

I governi che si sono succeduti (Prodi e Berlusconi – entrambi accomunati in questa sventura) giustificarono  la svendita delle privatizzazioni sostenendo che era un male necessario per “risanare il bilancio pubblico”. Guadagnarono solo i grandi gruppi finanziari occidentali e qualche personaggio locale.
Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di vario genere, e il rimedio è stato pagato da noi cittadini italiani. Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell’élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l’acquisto. Qualche esempio? Voglio citare Antonella Randazzo, autrice del libro “Dittature: La storia occulta.”

“….Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull’Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d’Italia. C’erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell’élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d’Italia.  La Rothschild Italia Spa, filiale di Milano della Rothschild & Sons di Londra, venne creata nel 1989, sotto la direzione di Richard Katz. Quest’ultimo diventò direttore del Quantum Fund di Soros nel periodo delle speculazioni a danno della lira. Soros era stato incaricato dai Rothschild di attuare una serie di speculazioni contro la sterlina, il marco e la lira, per destabilizzare il sistema Monetario Europeo. Sempre per conto degli stessi committenti, egli fece diverse speculazioni contro le monete di alcuni paesi asiatici, come l’Indonesia e la Malesia. Dopo la distruzione finanziaria dell’Europa e dell’Asia, Soros venne incaricato di creare una rete per la diffusione degli stupefacenti in Europa. In seguito, i Rothschild, fedeli al loro modo di fare, cercarono di far cadere la responsabilità del crollo economico italiano su qualcun altro. Attraverso una serie di articoli pubblicati sul Financial Times, accusarono la Germania, sostenendo che la Bundesbank aveva attuato operazioni di aggiotaggio contro la lira. L’accusa non reggeva, perché i vantaggi del crollo della lira e della svendita delle imprese italiane andarono agli anglo-americani………………I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l’allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all’allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.  Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la “necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo”, pur sapendo che l’Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni. Gli attacchi all’economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell’élite. Nel gennaio del 1996, nel rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, il Presidente del Consiglio Lamberto Dini scrisse :I mercati valutari e le borse delle principali piazze mondiali continuano a registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta, originate, specie in passaggi delicati della vita politico-istituzionale, dalla diffusione incontrollata di notizie infondate riguardanti la compagine governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche comunicazioni sui prezzi al consumo… è possibile attendersi la reiterazione di manovre speculative fraudolente, considerato il persistere di una fase congiunturale interna e le scadenze dell’unificazione monetaria. Il giorno dopo, il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, riferiva che l’Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati dei cambi, perché “se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco”. Le nostre autorità denunciavano il potere dell’élite internazionale, ma gettavano la spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi. Era in gioco il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell’élite anglo-americana. Anche negli anni successivi avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a prezzi di favore. Che stesse cambiando qualcosa, gli italiani lo capivano dal cambio di nome delle aziende, la Sip era diventata Telecom Italia e le Ferrovie dello Stato erano diventate Trenitalia. Il decreto legislativo 79/99 avrebbe permesso la privatizzazione delle aziende energetiche. Nel settore del gas e dell’elettricità apparvero numerose aziende private, oggi circa 300. Dal 24 febbraio del 1998, anche le Poste Italiane diventarono una S.p.a. In seguito alla privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400 uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come luoghi di vendita più che di servizio. Le nostre autorità giustificavano la svendita delle privatizzazioni dicendo che si doveva “risanare il bilancio pubblico”, ma non specificavano che si trattava di pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti ProveraPirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri). Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di vario genere, e il rimedio è stato pagato dai cittadini italiani.Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell’élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l’acquisto. La privatizzazione della Telecom avvenne nell’ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi. La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche., e al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%.  Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan Bank.  Alla fine del 1998, il titolo aveva perso il 20% (4,33 euro). Le banche dell’élite, la Chase Manhattan e la Lehman Brothers,  si fecero avanti per attuare un’opa. Attraverso Colaninno, che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan, l’Olivetti diventò proprietaria di Telecom. L’Olivetti era controllata dalla Bell, una società con sede a Lussemburgo, a sua volta controllata dalla Hopa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno. Il titolo, che durante l’opa era stato fatto salire a 20 euro, nel giro un anno si dimezzò. Dopo pochi anni finirà sotto i tre euro.   Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte loro quota azionaria in Olivetti. Il presidente di Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit). Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita. La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un modo per truffare i piccoli azionisti. La Telecom , come molte altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse allo Stato italiano. Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, società che controllava la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva all’interno società con sede alle isole Cayman, che, com’è noto, sono un paradiso fiscale. Gli speculatori finanziari b
asano la loro attività sull’esistenza di questi paradisi fiscali, dove non è possibile ottenere informazioni nemmeno alle autorità giudiziarie. I paradisi fiscali hanno permesso agli speculatori di distruggere le economie di interi paesi, eppure i media non parlano mai di questo gravissimo problema. Mettere un’azienda importante come quella telefonica in mani private significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è stata più volte calpestata, com’è emerso negli ultimi anni.Anche per le altre privatizzazioni, Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc., si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva amministrazione e problemi di vario genere. La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l’onere della manutenzione sulle spalle dei contribuenti. I Benetton hanno incassato un bel po’ di denaro grazie alla fusione di Autostrade con il gruppo spagnolo Abertis. La fusione è avvenuta con la complicità del governo Prodi, che in seguito ad un vertice con Zapatero, ha deciso di autorizzarla. Nonostante i disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative non hanno alcuna intenzione di rinazionalizzare le imprese allo sfacelo, anzi, sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni causati dai privati. La società Trenitalia è stata portata sull’orlo del fallimento. In pochi anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e risultano numerosi disservizi. A causa dei tagli al personale (ad esempio, non c’è più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche mortali). Nel 2006, l ’amministratore delegato di Trenitalia,Mauro Moretti, si è presentato ad una audizione alla commissione Lavori Pubblici del Senato, per battere cassa, confessando un buco di un miliardo e settecento milioni di euro, che avrebbe potuto portare la società al fallimento. Nell’ottobre del 2006, il Ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, approvò il piano di ricapitalizzazione proposto da Trenitalia. Altro denaro pubblico ad un’azienda privatizzata ridotta allo sfacelo.Dietro tutto questo c’era l’élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockfeller, Rothschild ecc.) che ha agito preparando un progetto di devastazione dell’economia italiana, e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori. Nascondersi è facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il  controllo di altre società o banche. Questo significa che è sempre difficile capire veramente chi controlla le società privatizzate. E’ simile al gioco delle scatole cinesi, come spiega Giuseppe Turani: “Colaninno & soci controllano al 51% la Hopa, che controlla il 56,6% della Bell, che controlla il 13,9% della Olivetti, che controlla il 70% della Tecnost, che controlla il 52% della Telecom”.Numerose aziende di imprenditori italiani sono state distrutte dal sistema dei mercati finanziari, ad esempio la Cirio e la Parmalat. Queste aziende hanno truffato i risparmiatori vendendo obbligazioni societarie (“Bond”) con un alto margine di rischio. La Parmalat emise Bond per un valore di 7 miliardi di euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative, e si indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne altre) truccava i bilanci. Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l’agenzia di rating, Standard & Poor’s, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti.  A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia. Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come “autorevoli” (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell’interesse di questa élite, e non in quello del paese…..”

Fa venire il mal di pancia leggere tutto questo non è così?

La smetto allora. Non prima di aver riferito di una cosa importante però.  Quella vecchia storia sull’incontro a bordo del Panfilo Britannia che per anni è stata una cosa di cui non si poteva nemmeno discutere pena vedersi tacciati di complottismo il 15.9.2011 è stata di fatta sdoganata addirittura dal SOLE 24 ORE con un articolo dal titolo, “Tremonti vara il piano Britannia 2”.  In esso si raccontava per filo e per segno tutta la storia iniziale del 1992 e di come Mario Draghi al largo di Civitavecchia avesse illustrato ai grandi investitori internazionali il processo di privatizzazioni che sarebbe partito di lì a poco. Bisognava accelerare la vendita di un patrimonio gigantesco, allora racchiuso in Ina, Iri, Eni, Imi, e si battezzava poi senza giri di parole il nuovo incontro di Tremonti con gli investitori stranieri, “Britannia 2”. La stessa cosa aveva fatto anche Giannini su “Repubblica”,  che ha sposato la teoria di quel che è successo definendo l’incontro sul panfilo «il più grande saldo di fine stagione».

Insomma, per quanto incredibile la storia del Britannia era vera, dal principio alla fine.

Tutto questo per dire che il vero nemico non è il piccolo imprenditore che evade le tasse perchè non ce la fa a sopravvivere o il dipendente assentista o scansafatiche che non è adeguatamente motivato. Il vero nemico è il dispotismo dei mercati finanziari che tramite i tecnici e gli eurocrati, le agen­zie di rating e i circuiti speculativi, le lo­ro banche e i loro circoli, tartas­sano e tentano di ridurre i cittadini in schiavi pronti a cancellare stati sovra­ni se non hanno i conti a posto. E provate a pensare, solo pensare, che con la scusa della lotta all’evasione fiscale ci stanno obbligando a portare tutti i soldi in banca, non solo per poterci controllare meglio, ma anche per poterceli rubare meglio.

E non possono farlo, porca miseria. Non possono arrivare a dirci pure dove diavolo tenere i nostri soldi.

Le banche che prendono soldi dalla BCE a tasso zero e le reinvestono solo in titoli di stato per lucrarci la differenza senza darli agli imprenditori. Che si ammazzano o finiscono nelle mani degli strozzini. Che poi non sono mica tanto diverse da quelle di quelle stesse Banche che quando decidono di fare prestiti, raccolgono denaro dalla BCE allo zero percento e lo danno ai pochi che decidono  di finanziare ancora solo dopo aver preso a garanzia i patrimoni di almeno quattro famiglie, a quasi il dieci percento.

Loro sono il vero nemico.

L’Europa delle banche e tutti i suoi protagonisti sono il mio nemico.

Fonte I discutibili

Il Direttore Giuseppe Bartolucci